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Devi accettare la bellezza
della vita.

Rotola nel vento
e afferra il morbido spessore
delle nuvole.

Mordi la bellezza
della vita
che si apre davanti a te,
dietro,
sopra di te,
intorno.

È solamente la bellezza
della vita.
Va presa così,
nella sua intierezza,
nella sua incompletezza.

Questo mare di idee
che ci separa
è la forza
della nostra unione.

Bruno Zucchermaglio
München, 16.09.2020

 


“Non voglio veder nessuno. La terra ed io. Il mio pianto ed io. E queste quattro pareti“.

Federico García Lorca, Nozze di sangue (Bodas de Sangre), 1933, III, quadro ultimo.

 

 

Il giardino della solitudine

Il pianto della notte
si schianta nella deflagrazione del mattino.
Non ci siamo incontrati mai.
Sulle tue mani dipinte
portavi il sole della notte
che si addormentava con me
fra le pieghe del cuscino vicino.
Se ti catapulti nei miei sogni
danzeremo nel giardino
della solitudine.
(?)

Bruno Zucchermaglio
München, 12.08.2020

Semprizzare nel tempo

Semprizzare nel tempo
fluttuando fra i tuoi ricordi recisi
intrappolati
fra le macerie del mio me
rammendo brandelli di speranze
sbiadite
inanellate al filo spezzato
dei propositi
solamente mentali

Bruno Zucchermaglio
München, 11.08.2020

In riva al cielo

Come il vento disperato della notte,

ti aspetterò in riva al cielo

per poi volare fra le onde del mare.

Il silenzio dei nostri discorsi

intrecciati

rincorre le vie piene di pioggia

in questa città addormita

nel tardo pomeriggio preserale.

Ho tanti baci colorati

abbandonati sul balcone

delle idee mai abbracciate.

Insieme a te,

il mondo scalpita in avanti 

precipitandosi all'indietro.

 

Bruno Zucchermaglio
München, 17.07.2020

 

 

Piangi la verità

Ti sentivi sola

e l'hai baciato.

Il gallo della notte 

non canta più il canto del mattino. 

Da stanotte in avanti

canterà sempre e solamente

il canto della notte.

Piangi la verità 

che altre volte nascondesti. 

Il cuscino vicino

si allontana 

perché tu lo spingi. 

Sempre più distante.

 

Bruno Zucchermaglio
München, 08.-13.07.2020

 

Rinaldo Girandolini e la non poco contorta questione delle mutande di legno

di Bruno Zucchermaglio

bruno.zucchermaglio@gmail.com

 

Rinaldo Girandolini cercò di capire perché.

Ma ovviamente non vi riuscì.

Dato che non era la prima volta, non se ne preoccupò e tornò al suo lavoro. Che poi non era un vero e proprio lavoro. Non uno di quei lavori notoriamente ritenuti tali e dunque ascrivibili in qualche modo ad una sorta di normalità.

No.

Il suo lavoro, che propriamente un lavoro non era, normale non lo era di certo.

Ma che cosa è la normalità? 
Quante volte anche Rinaldo Girandolini aveva sentito pronunciare questa domanda espressamente retorica e quante volte, egli stesso, se l’era posta, sempre retoricamente, rinchiuso nel solipsismo dei suoi pensieri intrecciati e convulsi, arrampicati e imbrigliati fra i gangli e i neurorecettori della sua mente supportata con moderate dosi di iperico perforato secco…?

Dunque anche stavolta senza comprendere perché, e anche stavolta senza farsene una preoccupazione che durasse poco più di un secondo e mezzo o poco meno, Rinaldo Girandolini tornò a lavorare e a scarabocchiare. 
E a pensare, e ripensare, a tramare e immaginare. 

Fervidamente avvinto dagli acrobatici salti spiccanti il volo della sua mente iperattivamente in funzione, Rinaldo Girandolini lavorava narcotizzato dalla sua fantasia infervorita che tesseva ordite trame di storie iperreali indicibilmente inverosimili, per quanto apparentemente realistiche.

L’universo intorno a lui sballonzolava fra colori cupi e bluastri mentre il terzo pianeta del sistema solare - sul quale, seppur non poco malvolentieri, Rinaldo Girandolini fluttuava - manteneva una aura azzurrognola e cerulea che lo rendeva piuttosto luminoso, se confrontato con il tono degli altri pianeti viciniori.
Avvolto in tutto questo sfavillio di luci più o meno intense, Rinaldo Girandolini a modo suo si sentiva sicuro, rassicurato, e continuava, seraficamente, a lavorare.

La questione delle mutande di legno non lo preoccupava più di tanto, per il momento, e quando la cosa riemergeva, seppur solamente sporadicamente, al di sopra dei suoi pensieri inzavorrati sul fondo della sua psiche, cercava di distogliere la sua attenzione e di concentrarsi sul resto del suo lavoro oppure, meglio ancora, di lasciarsi andare lungo il mare vorticoso della sua immaginazione sempre in frenetica funzione.


La giornata era appena cominciata e, sebbene si fosse già posto una innumerabile moltitudine di quesiti e di perché, come, quando, e come mai, Rinaldo Girandolini non poté fare a meno di soffermarsi alcuni istanti su quel cielo azzurro e pregno di luce solare che sovrastava il suo sé e il mondo d'intorno e che gli sussurrava distintamente che la sera era ben lungi dall'incombere e che dunque il travaglio usato a lui così consono e consueto sarebbe durato ancora a lungo.

Era una giornata estiva non ancora d'estate, ma Rinaldo Girandolini percepiva una sorta di premonizione metereologica secondo la quale quel giorno sarebbe stato molto caldo e secondo la quale l'estate che ufficialmente sarebbe cominciata un mese avanti sarebbe stata ancora più rovente della precedente.

 

Ma intanto Rinaldo Girandolini continuava a lavorare e, come spesso gli accadeva, il suo pensiero svolazzò altrove andanosi a posare su quanto accaduto la domenica precedente.
Il mandorlo che non aveva mai piantato nel suo giardino non ne voleva sapere di fiorire e, nonostante la primavera fosse ormai inoltrata, nemmeno un fiore era sbocciato dai rami della pianta.
Anche se quel mandorlo era piantato solamente nella sua testa, Rinaldo Girandolini ogni anno attendeva che esso fiorisse anche prima dell'inizio della primavera, quando verso fine febbraio o inizio marzo le giornate cominciavano a farsi più miti e gli uccelli del mattino e della sera saettavano davanti alle finestre della sua casa emettendo un cinguettio stirato che evolveva in un verso quasi straziato.

Quest'anno, poi, l'inverno era stato particolarmente mite, e Rinaldo Girandolini era davvero convinto che il mandorlo avrebbe regalato i suoi fiori molto precocemente.
In realtà, però, nonostante la stagione fosse inoltrata e il caldo piuttosto deciso, dei fiori di mandorlo, quest'anno, non v'era nessuna traccia.

Dunque Rinaldo Girandolini aveva deciso di fare qualcosa, di non restare inerte e di intraprendere una qualche iniziativa, al fine di far sbocciare quei fiori o, perlomeno, di comprendere in modo inequivocabile il motivo della loro ostinata latitanza.
Per prima cosa, Rinaldo Girandolini uscì in giardino e si avvicinò al mandorlo mai piantato per osservarlo da vicino e dettagliatamente.
Considerato che il mandorlo di fatto non c'era ed era, invero, piantato solamente nella sua testa, l'operazione di oculata osservazione non era certamente semplice e richiedeva non poca concentrazione.

Rinaldo Girandolini si accovacciò di fronte a dove lui avrebbe piantato il mandorlo, se davvero lì lo avesse piantato, e concentrandosi su quella pianta che invece era da anni fissamente piantata nel suo cervello, cercò di visualizzarla davanti a sé nella concretezza di quella porzione di giardino e nella datità di quel momento dato.
Così facendo, Rinaldo Girandolini andò lentamente sbilanciandosi in avanti, le mani andarono a coprire volto e occhi e tutto il suo corpo tendeva sempre di più in avanti. 
Così conciato, con la testa che quasi raggiungeva l'erba spelacchiata del giardino, visto da lontano Rinaldo Girandolini poteva quasi essere scambiato per uno struzzo che china il lungo collo adagiandolo al suolo nel disperato, quanto inverosimile, tentativo di mimetizzarsi.

Gina Ginepra non era esattamente colei che si potrebbe in qualche modo designare quale estimatrice dei finesettimana e in modo particolare delle domeniche, per non parlare dei giorni festivi non domenicali, come ad esempio Ferragosto, Ognissanti, l’Immacolata Concezione, e non si entusiasmava nemmeno nelle festività non domenicali della Liberazione, del Primo Maggio o della Repubblica. Tollerava al massimo Pasqua e Natale, ma già Pasquetta e Santo Stefano le stavano un po' sulle scatole, per non parlare della Epifania, che secondo Gina Ginepra restava da sempre la festa più assurda di tutti i tempi, anche perché, nonostante la altisonante designazione, in quel giorno non si epifanizzava mai nulla né nessuno, dunque non accadeva, né tantomeno appariva, alcunché.
Soprattutto cosa o chi Gina Ginepra avrebbe probabilmente anelato.

Pertanto anche quel giorno, che ancora una volta era una insulsissima domenica piena di inutile sole che lei in nessun modo avrebbe avuto né modo né voglia di godere, Gina Ginepra era piuttosto scocciata e non poco nevrotica, quando nervosamente e con un andamento scattoso transitò davanti alla abitazione di Rinaldo Girandolini. 
Giunse sino alla fine della staccionata senza accorgersi di alcunché e solamente quando si trovò quasi all’inizio del muretto di cinta del caseggiato successivo, la coda dell’occhio di Gina Ginepra registrò qualcosa di distonico che fece rallentare il suo passo.
La testa si girò, quasi come automaticamente, e Gina Ginepra vide lo struzzo.
Comprese subito che quella figura anomala e aggrovigliata non era ovviamente un animale, bensì quel suo vicino di casa non nuovo a stravaganze e stranezze di ogni sorta.

Rinaldo! – urlò Ginepra.

Rinaldooo! – urlò di nuovo un po’ più forte.

Rinaldo Girandolini sollevò capo e corpo e vide, sul marciapiede, in fondo, oltre la staccionata, quella pazza scatenata di Gina che sbraitava.

Ciao Gina, ciao. Come va? – disse Rinaldo.

Come va lo chiedo io – rispose la donna – Che cavolo stai facendo…?

Nulla, sto osservando il mandorlo.

Il mandorlo? Quale mandorlo?

Il mandorlo che quest’anno non ne vuole sapere di fiorire.

O Santa Crispina – disse Gina indietreggiando leggermente – ma… ma non c’è nessun mandorlo nel tuo giardino…!

Nel giardino no, non ancora – ribatté Rinaldo – È ancora tutto nella mia testa.

O Santa Genoveffa – non poté trattenersi dal dire Gina – Sei sicuro di sentirti bene?
Sì, certo. Ma starei meglio se il mandorlo fosse fiorito. O se almeno comprendessi il perché ancora non lo è.

Tu hai bisogno di aria, di sole, di uscire e di fare movimento - disse a questo punto Gina Ginepra tornando parzialmente sui suoi passi, dunque avvicinandosi a Rinaldo Girandolini - . Pensando sempre e solamente al lavoro e standotene quasi sempre a casa o in giardino, alla fine non solamente il fisico, ma anche la psiche ne risente. È inevitabile - concluse la donna che, mentre così andava dicendo, si compiaceva delle parole e soprattutto delle frasi che le uscivano dalla bocca, ritenendo di averle proferite con tono moderatamente saccente, forse un po' teatrale.

Beh, hai ragione - rispose Rinaldo, al quale le parole della donna sembrarono tanto vere quanto artefatte.

O Santa Giacinta, scusami se ti parlo così schiettamente e forse con un'aria un po' cattedratica - riprese la donna avvicinandosi ancora a Gino e dunque portandosi al cancello della abitazione che introduceva al giardino.

Nessun problema, non preoccuparti - disse Rinaldo.

No, è che, mi è sembrato - riprese Gina - di dire quelle cose con fare vagamente teatrale e soprattutto televisivo, come se mi trovassi d'un tratto in collegamento dal salotto di casa con un un qualche talk-show del pomeriggio. Che stupida sono, scusami...

Ah, non importa.... Ma, dimmi una cosa - disse Gino dopo una breve pausa - Quando dici "pomeriggio" che cosa intendi di preciso?

Ma, non so, pomeriggio... - ripeté un po' confusamente Gina.

Mi domandavo se quel talk-show, nel quale ti sei sentita d'un tratto catapultata - rifletté Rinaldo - fosse nel primo pomeriggio... O nel secondo.... O non so...

Ma non saprei - rispose Gina -  ho detto così per dire... Non è poi così importante...

O sì che lo è - precisò Rinaldo- . Ci sono vari tipi di pomeriggio...

Cioè...? - chiese Gina senza troppa curiosità.

Il primo pomeriggio, il secondo.... E così via... - spiegò Rinaldo.

Ah, ed è così importante? - chiese Gina sempre senza troppa enfasi.

Direi di sì... - rispose prontamente Rinaldo. Le fasi del pomeriggio cadenzano fasi della giornata ben distinte tra loro...

Non ci avevo mai pensato - disse a questo punto Gina un po' trasognata.

Ti mando la tabella - disse Rinaldo.

Quale tabella? - chiese Gina con una espressione un po' ebete.

La tabella dei pomeriggi - rispose candidamente Rinaldo - Te la mando.

Va bene, va bene... - disse frettolosamente Gina indietreggiando un po' - Allora ti saluto... E fammi sapere del mandorlo - concluse la donna, non senza rendersi conto di aver fatto inconsapevolmente uso di quel tono utilizzato spesso per assecondare le follie di una persona non propriamente sana di mente.

 

Rinaldo Girandolini tornò al suo mandorlo non ancora fiorito e, senza neppure soffermarsi sul fatto concreto che il mandorlo in realtà non c'era proprio, rientrò in casa e iniziò a pensare a che cosa avrebbe potuto cucinare per la cena.

 

Quando il messaggio arrivò, Gina Ginepra non si rese subito conto di che cosa si trattasse.
In quel periodo a dir poco strano o comunque del tutto inconsueto, messaggi con allegati, foto, battute, scritte, link, ecc., giungevano sul suo cellulare ancor più frequentemente di prima, e dunque Gina non si affrettò ad aprire quel file.
Poco dopo, però, mentre aspettava che l'acqua iniziasse a bollire, Gina realizzò che quel messaggio glielo aveva inviato Rinaldo e lo aprì.
Non vi era nessuna didascalia e nessun commento a corredo della foto che Rinaldo le aveva inviato.
Gina guardò e non comprese subito.
Poi si ricordò di quella breve conversazione e mise a fuoco la "Tabella dei pomeriggi", questo era il titolo dello specchietto che Rinaldo aveva fotografato  e che le aveva inviato.
Primo pomeriggio: dalle 13.00 alle 14.30
Secondo pomeriggio: dalle 14.30 alle 16.00
Terzo pomeriggio: dalle 16.00 alle 17.15
Quarto pomeriggio: dalle 17.15 alle 19.00.
Nota: Secondo alcuni autori, tutta la tabella andrebbe fatta slittare di mezz'ora in avanti, per cui il primo pomeriggio comincerebbe alle 13.30 e l'ultimo pomeriggio terminerebbe alle 19.30. Altri autori, ancora, sostengono che la scansione dei pomeriggi cambi in relazione alle stagioni nonché alla introduzione dell'ora solare o meno, essendo i vari pomeriggi legati alle ore di luce. Altri autori, infine, ritengono che i vari pomeriggi subiscano variazioni in base alla latitudini e alle culture dei vari popoli, per cui sarebbe opportuno ritenere che in alcuni paesi "caldi", come ad esempio la Spagna, e in particolare il suo Sud, come l'Andalusia, ad esempio, il primo pomeriggio cominci più tardi (in estate addirittura anche dopo le 15.00) e il quarto pomeriggio termini dopo le 20, in alcuni casi addirittura intorno alle 21.00.

Che Rinaldo Girandolini fosse pazzo, Gina Ginepra lo aveva notato nonché sentenziato già da diverso tempo e, talora, financo in sua presenza, senza troppi giri di parole, per quanto con un tono tanto enfantico da rendere quella esternazione meno offensiva di quanto potesse essere.

Ma ciononostante la "Tabella dei pomeriggi" la spiazzò e Gina Ginepra si domandò come a Rinaldo potesse venire in mente una cosa del genere. Anche quella tabella non era del tutto insensata - questo Gina lo osservò subito - il fatto di averla pensata e poi scritta, quindi fotografata e condivisa, secondo lei era abbastanza inquietante. Forse anche maggiormente inquietante del mandorlo inesistente e che Rinaldo si ostinava a voler veder crescere nel suo giardino.

 

To be continued...

 

München, 14.09.2020

 

 

 

 

Coronavirus, panico al Brennero

di Bruno Zucchermaglio
bruno.zucchermaglio@gmail.com

 

Al Brennero le porte del treno verranno bloccate. Nessuno potrà né scendere né salire e sul treno saliranno poliziotti e sanitari con una tuta bianca, guanti e mascherine, e misureranno la febbre a tutti.
Ci punteranno alla fronte un apparecchio più simile a una pistola, che a un termometro, e, se saremo fortunati, non partirà un proiettile, ma ci misureranno la temperatura.
Se saremo ancora più fortunati ci diranno che non abbiamo la febbre (qualcuno diceva che la temperatura deve essere al di sotto dei 37,3 gradi, ma secondo me anche se si sfiorano i 37 sono guai…) e ci lasceranno ripartire. Se invece avremo qualche linea di febbre, verremo incapsulati, incellophanati e impacchettati e spediti in quarantena in un campo di concentramento riattivato per l’occasione. Oppure ci faranno ripartire tutti con le porte e le finestre bloccate e sigillate, irroreranno ossigeno nelle carrozze e il treno verrà spedito a tutta velocità senza alcuna sosta in direzione del ponte di Cassandra Crossing, il quale ovviamente crollerà facendo precipitare l’intero convoglio per trecento metri in un fiume stagnante abitato da alligatori pronti a divorare eventuali sopravvissuti mentre la maggior parte delle carrozze esploderà andando in fiamme a causa dell’accumulo di ossigeno arricchito.
La mia fantasia galoppa. Però un po’ di timore ce l’ho davvero.
È martedì 25 febbraio 2020. Alle 15.10, con pochi minuti di ritardo, sono partito dalla stazione di Bressanone Brixen su un Eurocity diretto alla Hauptbahnhof di München, Bayern, in Germania. Quando sono arrivato, nella tarda mattinata di venerdì 21, sembrava ancora tutto abbastanza tranquillo. Poi, gradualmente, nel pomeriggio, l’aggrovigliarsi delle informazioni e delle notizie, tra l’altro non sempre vere, che rimbalzavano fra telegiornali, talk show, speciali improvvisati, siti on line, social network, WhatsApp. Ma a me pareva ancora tutto sotto controllo e attribuivo tutto quel caos a quella che a breve sarebbe stata ricordata come infodemia, in particolare alla scarsissima professionalità del giornalismo italiano, pronto a confezionare titoli ad effetto in pochi secondi non sempre controllando le fonti, i dati, incrociando gli stessi e verificando la provenienza delle notizie.
Ma quando sabato 22, subito dopo essermi svegliato, scruto velocemente lo smartphone, il sito dell’Ansa annuncia il primo morto in Italia.
Dunque il sistema mediatico italiano sarà anche un circo, ma qualcuno è morto. E non è semplice togliersi dalla testa l’idea che purtroppo è molto probabile che non sarà l’unico.
Domenica 23, verso sera, ho una sorta di intuizione. Avvolto e stordito dalle notizie che si avvicendano prevalentemente in modo enfatico e talora sensazionalistico e, purtroppo, anche da un altro morto e poi ancora dall’aumento dei contagiati, dei ricoveri e delle terapie intensive, elaboro che cosa possono pensare in queste ore i nostri vicini d’oltralpe. Conosco gli austriaci e la loro mentalità chiusa, estremamente conservatrice e tutt’altro che aperta al nuovo, al diverso, alla divergenza e dunque la loro propensione al pensiero convergente, uniforme e ottuso e, da tempo, tutto ciò si è trasformato in una valanga di voti elettorali a favore di una destra estrema, populista, conservatrice e nemmeno tanto celatamente antieuropeista. Da tempo gli austriaci del Tirolo stanno cercando di incanalare il traffico proveniente dall’Italia lungo percorsi meno fastidiosi e, terrorizzati da una immaginaria ondata di profughi africani e orientali che si riverserebbero come uno tsunami nel loro minuscolo staterello, hanno a più riprese, negli ultimi anni, e ancor di più nei mesi scorsi, paventato la chiusura del confine del Brennero, la erezione di reti metalliche, di muri, di recinti e di steccati di ogni sorta. Tutte ipotesi alquanto bizzarre, ma, come al solito, pompate dalla assoluta mancanza di serietà del giornalismo tipicamente italiano che spara non-notizie mascherate da fatti o che ingigantisce una mera ipotesi appena accennata o una idea nemmeno abbozzata in conclamata verità scolpita in titoli artatamente ad effetto (tutte cose che, purtroppo, conosco assai bene avendo anche io lavorato presso diverse testate giornalistiche, in Italia, ed essendo anche io, seppure controvoglia, iscritto all’Ordine dei Giornalisti che di fatto è, in realtà, un ordine di giornalai, casomai, senza voler offendere questi ultimi, s’intende).
Dunque, ora che il terrore che giunge dall’Africa e dall’Oriente, utilizzando la via italiana, si concretizza in terrore catastrofico ancora più temibile in quanto ancora più impalpabile e ingovernabile, alla maggior parte degli austriaci non deve sembrar vero di poter finalmente cingere i loro sacri confini allo scopo di respingere il contagio e con esso eventualmente anche terroni, africani, irakeni, afghani e tutto quanto appaia a loro difforme e poco in linea con le loro intoccabili tradizioni, merci comprese.
Dunque domenica 23, verso sera, ho una sorta di intuizione e mi collego con la app della Deutsche Bahn (con la quale ho prenotato il biglietto di andata da Monaco di Baviera così come quello di ritorno per martedì 25) e scorro in tempo reale i viaggi dei vari treni provenienti dall’Italia e diretti in Germania, dunque inevitabilmente transitanti per il Brennero e per l’Austria.
La mia intuizione viene presto confermata e mi trovo subito davanti a una sfilza di crocette rosse accompagnate dalla scritta, anch’essa inquietantemente rossa, “Halt entfällt”.
L’Eurocity partito da Bressanone Brixen alle 17.04 è fermo al Brennero e da lì non si muove. Anche un treno successivo si è fermato al Brennero e non può oltrepassare il confine. Stessa sorte per un altro Eurocity, quello che da Bressanone Brixen parte alle 19.04. Quest’ultimo sembra addirittura che sia stato soppresso. Leggo, guardo, cerco di capire e quindi mi collego con alcuni siti giornalistici austriaci e con una agenzia di stampa, sempre austriaca, i quali, a differenza dei loro omologhi italiani, e diversamente da tutte le critiche e riserve che ho nei confronti degli austriaci (come si sarà notato) sono abbastanza affidabili e hanno uno stile giornalistico più serio, asciutto, quasi mai sensazionalistico; la verifica delle fonti è di norma la regola e i loro testi a volte assomigliano a una sorta di lista della spesa, a un rendiconto asettico, quasi un dispaccio di quella che fu l’Agenzia Stefani con le sue veline.
Vengo così a sapere che due donne di Monaco di Baviera, salite a Venezia sul primo dei due Eurocity, in treno tossivano. E così sono state fatte scendere a Verona, portate in ospedale e sottoposte al tampone, risultato negativo. Ciononostante, probabilmente per estremo scrupolo (e anche per tutelarsi, forse, nel senso che in questo modo nessuno un domani possa dire che “Qualcuno sapeva” ma “non è stato fatto nulla”), le Ferrovie italiane avvertono quelle austriache (al Brennero la gestione del treno cambia e il personale austriaco sostituisce quello italiano) che a loro volta avvertono il governatore del Tirolo, il quale (anch’egli con lo spirito di non dover un domani sentirsi dire che nonostante lo avessero avvertito, egli non ha fatto nulla e che dunque, per colpa sua, milioni di austriaci sono stati infettati dalla tosse di due passeggere negative al tampone e rimaste a Verona; insomma, in breve, per paura di perdere il suo elettorato che certamente lo avrà votato per proteggere il sacro suolo del Tirolo da minacce extraaustriache di ogni qualsivoglia sorta…) ferma il treno. Quest’ultimo, a quanto si apprende da alcuni passeggeri che nel frattempo si collegano coi social network o con siti giornalistici, in un primo momento parte, percorre poche centinaia di metri e quindi si ferma. Torna indietro e qui le porte vengono bloccate: nessuno può uscire e nessuno può entrare. Dunque centinaia di passeggeri restano in ostaggio del geniale governatore del Tirolo, per un’ora, pare, forse anche di più, sino a quando nel convoglio salgono poliziotti e personale di vario genere che avrebbero controllato e identificato tutti. Dopo quattro ore, a quanto avrei appreso il giorno dopo, il treno riparte (assorbendo probabilmente anche i passeggeri del successivo Eurocity, anch’esso bloccato al Brennero) e in nottata giunge finalmente a Monaco di Baviera.
Considerata la assoluta assurdità di tutto ciò (se le due tipe tedesche che tossivano, scese a Verona, erano negative al tampone, e ciò lo si è saputo quasi subito o era comunque noto quando il treno è giunto al confine italoaustriaco, sulla base di quale elemento oggettivo e su quale fondato senso di logica nonché di serietà e responsabilità qualcuno si è permesso di inibire forzatamente per quattro ore il transito di un treno internazionale e lo spostamento di liberi cittadini europei?) quando martedì 25 si avvicina l’orario di partenza del mio treno, che da Bressanone dovrebbe partire alle 15.04 alla volta della Hauptbahnhof di Monaco, comincio ad avvertire una certa sensazione di ansia.

Non ho paura della malattia, bensì di quello che potrebbe succedere al Brennero, anche se mi pare alquanto improbabile e anche se, dopo quanto accaduto domenica sera, i treni hanno poi continuato a viaggiare regolarmente.

Ma temo che basti un colpo di tosse o un aspetto vagamente malaticcio per generare panico e dunque il blocco del treno.
Dunque, prima di partire, mi misuro la febbre, più volte, con due diversi termometri, uno digitale, l’altro a mercurio. Non ho febbre, ma, forse a causa della agitazione, poco prima dell’orario in cui sarei dovuto uscire per recarmi in stazione, la temperatura arriva a 36,9, forse 37. Siccome ho un po’ di mal di gola, prendo un antinfiammatorio. Anche se questo tipo di leggero dolore ce l’ho più o meno da dodici anni, ovvero da quando ho una fastidiosa laringite cronica accompagnata da disfonia, sempre nel timore che i controlli al Brennero possano attribuire tutto ciò al virus, prendo un antinfiammatorio per le vie respiratorie superiori. Vado in cucina e chiedo a mia mamma se posso prendere alcune bustine di un noto antipiretico.
Vorrei quasi rimandare la partenza, prendere il treno delle 19.04, forse sulla base della mia immaginazione che mi fa ritenere che verso sera i controlli potrebbero essere meno stringenti, forse anche per il solo fatto che quel treno di solito è poco affollato.

No, mi rifiuto di farmi cambiare la vita da questa storia, prendo coraggio e mi avvio in stazione, senza sapere che meno di due settimane dopo l’Italia sarebbe stata dichiarata tutta “zona protetta”, chiusa in entrata e in uscita, senza immaginare che l’Austria avrebbe dapprima organizzato controlli sanitari a campione al Brennero e, poco ore dopo, avrebbe di fatto chiuso il confine. Senza immaginare che avrei letto titoli come “Partono da Parma per andare in vacanza a Madrid. Denunciati due giovani”. Senza poter prevedere che per spostarsi da una città all’altra bisognerà avere con sé una autocertificazione e che andare da Bressanone a Bolzano senza una “comprovata esigenza” può portati davanti a un giudice penale.

È martedì 25 febbraio 2020, dunque. Sono sull’Eurocity che da poco ha superato Fortezza Franzenfeste e la mia fantasia galoppa. Alle mie spalle si allontana l’accesso del mastodontico tunnel ferroviario del Brennero, che, così dicono, fra circa otto anni sarà pronto per fiondare i treni in galleria direttamente fino a Innsbruck, e temo di avere qualche linea di febbre. Preso dall’angoscia ingurgito velocemente una bustina di antipiretico sperando che faccia effetto prima che il convoglio giunga al confine del Brennero, dove probabilmente mi stanno attendendo centinaia di medici e poliziotti con le tute bianche e i guanti e le mascherine pronti a spararmi in faccia un termometro.

L’aura di panico che cinge la mia psiche gradualmente si dissolve, il mio sguardo indugia sui declivi alpini e il convoglio arranca verso il confine italoaustriaco, dove giunge con pochi minuti di ritardo.

Al Brennero non accade nulla. Non un poliziotto, né austriaco né italiano, nessun sanitario, nessuna tuta bianca, nessun termometro, niente.

Il treno parte in direzione di Innsbruck praticamente in orario e, poco prima delle 18.30, scendo alla Hauptbahnhof di München, Bayern, Deutschland. 

Il giorno dopo, al lavoro, una collega mi chiede subito "Sei stato in Italia!?"
Sapendo che avevo alcuni giorni di ferie, ha immaginato che sarei potuto tornare in Südtirol, e così, avendo anche lei sentito di quanto sta accadendo in Italia, mi fa subito questa domanda. 
Le rispondo di sì, lei finge di spaventarsi e di doversi tenere lontano da me. Sta scherzando, ma ovviamente non è uno scherzo che mi piace e, quindi, le ricordo che in Südtirol c'è un solo caso di positività al virus e che, a prescindere dai confini nazionali, regionali, e di qualsivoglia natura, è statisticamente più pericoloso stare a Monaco e in Baviera, visto che qui i casi sono già una settantina.

Nessuno immagina che siamo appena all'inizio di qualcosa di nuovo, di qualcosa che cambierà le vite di tutti noi.

Nel corso dell'ultimo fine settimana, in quei giorni in cui sono tornato in Südtirol, l'epidemia è esplosa in Italia, soprattutto nel Nord, e qui a Monaco tutti, o quasi tutti, non percepiscono la cosa come un problema loro. L'idea, anche comoda e rassicurante, è che il virus tocchi all'Italia e d'improvviso il Bel Paese, comunque molto amato qui, viene percepito come qualcosa di lontano, fortunatamente molto lontano; anche se in realtà fra qui e il Passo del Brennero ci sono solamente 200 chilometri, all'incirca, sicuramente anche molti meno in linea d'aria. Ma è di certo rassicurante mantenere la percezione che il virus sia lontano, anche se a inizio febbraio proprio qui si sono avuti i primi casi, subitamente circoscritti e poi, a quanto pare, risoltisi bene nel giro di un paio di settimane.
Ma se in Italia, ora, "l'altrove siamo noi", come scriverà pochi giorni dopo Paolo Giordano in un suo articolo, qui, ancora, l'altrove è distante e questo problema appare ancora tutto e solamente cinese e, ora, italiano.

 

Fa piuttosto caldo.

Sono appena le dieci del mattino ma il sole preprimaverile riscalda l’Hofgarten a ridosso della Odeonsplatz.

Dietro di me quella cattedrale gialla che mi è sempre piaciuta e, in lontananza dietro di essa, si scorgono le torri della Frauenkirche.

Non c’è quasi nessuno nel parco. Su una panchina siedono due persone, stanno chiacchierando mantenendo una distanza di circa due metri.

Alcuni giardinieri tagliano erba, altri innaffiano, altri potano.

Mi aggiro per il parco mentre il mio pensiero corre verso l’Italia, dove nessuno può uscire, dove nessuno può godere una giornata come questa.

Ma anche qui le cose stanno cambiando. Lunedì è stato dichiarato lo stato di calamità naturale per la Baviera, cosa che in tedesco fa una certa impressione, perché, tradotto letteralmente, significa “caso di catastrofe”. Il presidente del consiglio della Baviera ha annunciato la chiusura di tutti i negozi, tranne gli alimentari, le farmacie e pochissimi altri, considerati di prima necessità. Bar e ristoranti, però, possono tenere aperto dalle 6 alle 15; cosa alquanto strana, secondo me, anche considerando il fallimento di una iniziativa simile che in un primo momento era stata adottata in Lombardia.
Ma musei, teatri, piscine, e tutte i luoghi dove vi sono assembramenti, sono chiusi. Tutte le manifestazioni sono vietate fino al 19 aprile.
Le scuole sono anche chiuse per cinque settimane.

Ma non è vietato uscire. Il governatore della Baviera si è appellato al buon senso dei cittadini. Questa mattina, però, vedendo che i bavaresi probabilmente non sono molto più disciplinati degli italiani, ha minacciato che se la gente non si atterrà alle regole, anche qui entrerà in vigore l’obbligo di stare a casa, come in Italia.
Un discorso simile a quello fatto ieri sera su tutti i canali nazionali dalla cancelliera da Berlino e rivolto a tutta la nazione.
Ma la Germania è una repubblica federale, e si muove in ordine sparso. Almeno sinora.

È il 19 marzo 2020. Alle dieci di mattina fa già piuttosto caldo, ma non riesco a rilassarmi. Da ieri anche gli uffici dove lavoro hanno chiuso sino al 30 marzo. Ovviamente nessuno sa se la chiusura durerà in realtà più a lungo. La giornata è bellissima, al Tambosi i tavolini all’aperto sono stati distanziati un paio di metri l’uno dall’altro. Alcune persone sono sedute a bere un caffè o a mangiare qualcosa. Ma non riesco ad apprezzare nulla. Salgo sul bus 153, quasi vuoto, e torno a casa.

 

Leggo le notizie e alcuni articoli parlano della superficialità di alcuni giovani che continuano a radunarsi, fare feste, a organizzare quelli che ormai sono detti “Corona-Party” lungo il fiume Isar, all’Englischer Garten, in diversi parchi. Anche io ho notato bottiglie e bicchieri rotti, residui di alcol, qua e là, anche presso le pensiline delle fermate dei tram e dei bus, segno di baldoria notturna.
La polizia ha interrotto e fatto sgomberare una di queste feste all’aperto, l’altra notte, secondo quanto riportato da diversi articoli.
E, cosa che si fa fatica a credere, alcuni riferiscono di giovani che si divertono a tossire in faccia agli anziani, per terrorizzarli.

L'altra sera la cancelliera, nel corso di un discorso televisivo rivolto a tutta la Germania, ha cercato di convincere i tedeschi ad essere disciplinati o, meglio, di dimostrare di esserlo, attuando dunque il distanziamento sociale, non omettendo che, in caso contrario, si sarà costretti ad attuare misure rigide e dunque divieti, costringendo la gente a stare a casa.
Ma la cancelliera non viene ascoltata. La maggior parte dei giornali, poi, critica il discorso fatto alla nazione e non sono pochi i commentatori che lo definiscono "patetico".
Mi accorgo, questa volta ancor più di altre, che la cancelliera non viene molto ascoltata dai tedeschi, per quanto riguarda le vicende interne.
E così giovedì 19 marzo 2020 e poi ancora venerdì 20 di primo mattino, è il presidente della Baviera che, senza troppi mezzi termini, minaccia i circa tredici milioni di bavaresi con una Ausgangssperre, dunque con la chiusura totale dello Stato. Se non vi sarà suffciente senso di responsabilità e se i disciplinati bavaresi non saranno in grado di rispettare da soli il necessario distanziamento sociale, sarà necessario chiudere, come accaduto una decina di giorni fa in Italia, la quale, però, non viene mai menzionata.
Poche ore dopo l'ultima esortazione, nel primo pomeriggio di venerdì 20 marzo 2020, tutti i giornali online danno la notizia: la Baviera chiude; vietato uscire di casa, se non per motivi assolutamente necessari.

 

Da quando questa storia è cominciata c'è qualcosa che non mi convince.
È una sorta di retropensiero, nemmeno tanto recondito, ma al tempo stesso tutt'altro che nitido, che non affiora di tanto in tanto. Mi accompagna praticamente sempre. Talora è più velato e meno palpalbile, altre volte è particolarmente presente, quasi assillante, e più definito.
Soprattutto quando guardo un film, una trasmissione televisiva registrata alcuni anni fa, oppure dei documentari, in particolare se storici.
Non riesco a capacitarmi che in migliaia di anni di storia della umanità non sia mai accaduto qualcosa di simile, che il mondo sia sprofondato in questo incubo mentre fino a poche settimane fa e, a ritroso negli anni, nei decenni e nei secoli addietro, tutto ciò fosse impensabile, se non nella sceneggiatura di qualche film di fantapolitca o di fantascienza di rango inferiore.
E così, quando ad esempio guardo un film, mi soffermo a guardare gli attori che interpretano personaggi che si aggirano tranquillamente per le strade di una città, che entrano in ascensori affollati, che salgono su treni e metropolitane senza alcuna preoccupazione e senza restrizioni. Che si parlano e urlano addosso, che si toccano, che decidono di andare in un posto o in un altro senza doversi giustificare.
Ovviamente non è la prima volta che nel mondo esplode una pandemia. Quella più grave e più recente è probabilmente quella della influenza spagnola, esattamente un secolo fa. Ma a quanto pare è la prima volta che il mondo reagisce in modo tale da negare se stesso.

Un'altra idea che non riesco a togliermi dalla mente è quella del neo - incastellamento.
Sin dall'inizio di questa storia ho notato come non solamente le singole nazioni, bensì anche regioni, province, in alcuni casi anche città, forse addirittura quartieri, hanno rivendicato - o tentato di rivendicare - la sovranità sui loro territori, la necessità di chiudersi a guscio, di ripristinare o reinventare confini, baluardi, bastioni, roccaforti, muri.
Come già detto all'inizio, il giorno del viaggio in treno da Bressanone a München, è da tempo che diverse forze, politiche e non, accarezzano l'idea di evitare l' "altro", di estrometterlo, di, meglio ancora, impedirgli di "invadere" quel territorio che si rietiene essere proprio, storicamente o culturalmente afferente a se stessi, ad una cerchia piuttosto ristretta di cittadini "eletti".
Questa "tensione" esclusiva, estromettente, sembra invadere un po' tutti e, se già prima vi erano diverse forze che, seppur non sempre convergenti, generavano una risultante che era di paura e di repulsione, ora tutto ciò pare rinvigorirsi a fronte del legittimo istinto di autodifesa e di protezione, di evitamento di un nemico invisibile che però, ahime, viene non di rado antropomorfizzato. Forse anche perché, così facendo, si trasforma in qualcosa di maggiormente percettibile, di più facilmente palpabile, anche se mentalmente parlando, e dunque più semplicemente annientabile. Si tratta di una illusione, ovviamente, di una disperata illusione, ma innerva la anche comprensibile necessità di sapere, di afferrare, contro che cosa, o contro chi, stiamo combattendo.

 

To be continued...

Bruno Zucchermaglio
München
30.04.2020

Bruno Zucchermaglio

Bruno Zucchermaglio

 

Bruno Zucchermaglio (Bolzano, 2 novembre 1965) è un drammaturgo, scrittore e poeta altoatesino.
Per il teatro ha scritto e messo in scena "Confintango” (2001), “Kabagrenz” (2001), “Indovina chi viene a Törggelen?” (2003), “Non torno più” (2004) e “La gallina dell’amore” (2008) nei quali affronta in particolare i temi dell’attualità altoatesino-sudtirolese sia in chiave comica e sarcastica sia con un approccio storico e drammatico. Ha inoltre scritto il testo teatrale "Raining Knödel" (2003), attualmente ancora inedito e non ancora portato sulle scene.
Ha scritto il testo teatrale "L'uomo che andava in giro con la sua testa", finalista al concorso internazionale di drammaturgia "Alexander Langer - 10 punti per la convivenza" (2012).

Ha pubblicato il romanzo breve “Bolzano, 369044. Cercando LuiLei” (Roma, 1993) e il romanzo "La vita normale" (Milano, 2014). Ha pubblicato il racconto “Nel volto di suo figlio” in Filadressa 05, Kontexte der Südtiroler Literatur, Edition Raetia, Bolzano, 2009.
Ha pubblicato il racconto "Lucchino" (2019, scritto però intorno al 1992).

Ha pubblicato il saggio "Dalla cronemica all'aptica. La percezione del tempo e dello spazio per una didattica interculturale", Salerno, Booksprint Edizioni, 2012.
Alcune sue poesie sono state pubblicate ne “La Gazzetta di Bolzano” ed in “Latmag – antologia di poeti altoatesini” mentre come poeta sonoro e performativo ha fatto parte del “Gruppo Baobab” ed è stato pubblicato nelle antologie edite da Elytra Edizioni (Reggio Emilia) insieme a poeti come Adriano Spatola, Arrigo Lora-Totino, Tomaso Binga e Giuliano Zosi.
Baobab, Informazioni fonetiche di poesia. Bruno Zucchermaglio nei numeri 21 (1992) e 27 (1996).
"È un poeta sovrilluminato, espressivo, distinguibile per la dovizia allegorica dei suoi 'portati lirici' - dice Franco Maria Maggi - con fonemi e morfemi slanciati in contesti compresi di effetti mortali ma anche di emozioni e sensibilità trascendenti. Zucchermaglio pone la sua accentuata originalità su lontananze maggiori a quelle prestabilite trovandosi poi a frenare la sua 'magia linguistica' (Pasolini direbbe '...Sperduto si ferma sul muro in cui, sospesi, come due mondi, scopre due corpi...') su un tappeto di nuove surrealtà. La sua è comunque una ricerca continua dell'alter ego, quello che Allen Ginsberg chiamerebbe 'il peso del mondo... il fardello della solitudine' ma è pur sempre una liricità che scava nel reale per fissarne il contenuto in una immagine" (tratto da "Dizionario dei poeti altoatesini. Con prolegomeni di storia della poesia in Alto Adige, a cura di Franco Maria Maggi e Franco Latino, Bolzano, Latmag Editore, 2003).
Bruno Zucchermaglio ha inoltre rappresentato, nel novembre 1996, alcune sue poesie sonore e performative in qualità di ospite di  Cristiana Coen, a Milano, sul letto-palcoscencico a baldacchino di "Casa Coen", alla presenza di Maria Luisa Spaziani e del critico - semiologo Gillo Dorfles.
Bruno Zucchermaglio ha inoltre realizzato alcuni video, fra cui "SM1-Sottofondo maschile 1" (1993), con cui ha partecipato al Festival del Cinema di Torino,  "Gone" (1995) "
Was waren die Kesten?“, spot per Legambiente-Alto Adige, di Bruno Zucchermaglio e Franz Oberkofler (1997), e alcuni mediometraggi per la tv, fra cui "Perché no? - Wieso net?" (1998) sulle stragi del sabato sera (su commissione della Provincia di Bolzano) e "Muro di vetro" (2002) che affronta, fra l'altro, il tema del ruolo della donna in Alto Adige e nel quale "si coglie - su tutto - come la suddivisione, la rigida suddivisione in gruppi etnici, sia esterna, imposta. La voglia dominante è quella della solidarietà, raccontata attraverso la memoria del lavoro di Ida Eccher, che girava per masi ad occuparsi di bambini" (Scaggiante Luigi, 2013).
Si è laureato in scienze storiche all'Università di Trento, in scienze della formazione all'Università di Bolzano e in scienze dello spettacolo all'Università di Bologna.
Nel campo della ricerca storica, si occupa del concetto di tempo e in particolare dell'impatto che nella storia ha avuto la velocità con l'avvento dei moderni mezzi di comunicazione e di trasporto.

Una nuova ubriacatura temporale: l’estasi della velocità
Bruno Zucchermaglio si occupa inoltre della relazione che la storia e la storiografia hanno con il "montaggio" ovvero della relazione fra quella scrittura che si autoelegge a fonte di "verità" e i fatti che la storia trae dalle fonti ma sempre e comunque attarverso una operazione di "montaggio", appunto, e che può dunque essere soggetta al suo "smontaggio", alla sua decostruzione per essere quindi ri-costruita a livello sincronico e dunque in modo "situato", contingente, come tutto sempre, storia compresa, è.

Storia e montaggioprogetto di Bruno Zucchermaglio.

In  questo contesto, si occupa della guerra civile che in Italia si è consumata intrecciandosi con la Resistenza e la guerra di liberazione nel biennio 1943-1945.

Ha scritto il saggio breve "Feudi e vassalli. La reazione tedesca al “revisionismo” della Reynolds nelle tesi di Patzold" (2015).

Ha scritto "La guerra incivile. Smontaggio e rimontaggio della Resistenza fra “guerra stratificata”, guerra di liberazione e guerra di civiltà" (2016).

Ha scritto il saggio "Dalla cronemica all'aptica. La percezione del tempo e dello spazio per una didattica interculturale" (Salerno, 2012).

Fonti

- Maggi Franco Maria, Storia della letteratura italiana in Alto Adige dal dopoguerra a oggi, Bolzano, Latmag Edizioni, 1999.
- De Marchi Silvano, Maggi Franco Maria, Dizionario poeti altoatesini : con prolegomeni alla storia della poesia in Alto Adige, Biblioteca Universale Latmag, Bolzano, Latmag Edizioni, 2003.
- Maggi  Franco Maria e Latino Franco (a cura di), La nuova Mitteleuropa. Antologia. Prefazione di Silvano Demarchi, Latmag Editore, Bolzano, 1999.
- Zucchermaglio Bruno, Bolzano, 369044. Cercando LuiLei : breve romanzo cronotematico / Nota critica di Giovanni Dall'Orto, Roma, Il Ventaglio, 1993.
- Hilpold Doris, Südtiroler Literatur aus post-kolonialer Perspektive, Universität Innsbruck, Innsbruck, 2002.

- Latino Franco, Maggi Franco Maria (a cura di), Parnaso contemporaneo / antologia / Saggio introduttivo di Silvano Demarchi, Bolzano, Latmag Edizioni, 1998.
- Heiss Hans, Milesi Carlo e Roilo Christine, Brixen. Bd. II. Kunst, Kultur, Gesellschaft / im Auftrag des Vereins "Prihsna 901-2001", Bozen, Athesia, 2006.
- Obrist Monika (a cura di), FILADRËSSA 05. Kontexte der Südtiroler Literatur, Bolzano, Raetia Edizioni, 2009.
- Zucchermaglio Bruno, Dalla cronemica all'aptica. La percezione del tempo e dello spazio per una didattica interculturale, Salerno, Booksprint Edizioni, 2012.
- Scaggiante Luigi, La straordinaria normalità di Ada, Bressanone, Weger, 2013.

 

bruno.zucchermaglio@gmail.com

 

La mia vita senza te
è fatta di me
che canto, che rido, che ballo
e volo nei pensieri del mio domani impresentito
nell’oggi senza perché
Le nuvole e il vento
non sono più vagoni di panna
che traballano al suono del vento
dei tuoi colpi di baci mai dati
ma vele di gusci di noci
sballonzollate nel mare tempestoso
della mia solitudine desiata

Bruno Zucchermaglio
München, 05.03.2020

Io sono quel te che non è in te

Io sono quel te che non è in te.
Sono l’espressione di quella fantasia che tu riesci solamente appena a pensare, a immaginare, ma di certo non a realizzare.
Sono l’esternazione di quelle realizzazioni che tu fantastichi ma che non si concretizzano mai.
Sono la reificazione di alcune tue idee sommessamente concepite ma mai attuate.

 

Bruno Zucchermaglio
München, 16.01.2020

Treno di legno mentale

E me ne vado da te
su questo treno di legno
mentale.
Le mani abbracciate alle idee
stringono percorsi mai fatti
lungo le vie dei nostri sussurri sospinti all’indietro.
Libero sono e sarò,
come l’uccello ingrugnato
del tuo passato mai detto,
dei baci notturni sognati e sputati,
dei laghi silenziosi
che ci osservano dalle vertate di settembre ancora.
L’alba di una nuova vita
non ha più idee.
Senza i tuoi sogni sul cuscino,
anche il mio sonno è solamente un manto di foglie ingiallite.

 Bruno Zucchermaglio
München, 14.11.2019 (15.11.2019)

 

La vita in retromarcia

La vita è lanciata in retromarcia.
Era l'idea di un sogno,
il sogno di un'idea.
Ma una storia d'amore e di vento
non torna mai
fra i percorsi delle datità che vibrano
fuori di noi.
Mi piaceva farti felice,
era l'intenso sapore del cioccolato
insapore
che sospettava di esistenza nuova.
È una vita piena di nulla
senza di noi.
Le ortiche che mi regalasti
nelle notti mai dormite
rincorrono ancora le strade dei binari
sbagliati alle cinque del mattino
incontro agli addii del domani
verso Wettersteinplatz.

Bruno Zucchermaglio, 7.2019

Piangere di vita

Piangere di vita

L’amore è femmina in tedesco
ma la notte dell’addio
à ancora quella dei ritorni.
Piangere di vita
è un’idea fissa
nella mia mente.
Il nostro amore è fatto di pioggia.

 

Bruno Zucchermaglio
München, Juni 2019

 

Le ortiche di maggio
si arrampicano fra i miei ricordi di legno
già in aprile
quest'anno.

Il mandorlo rifiorito
troneggia incantato
nel giardino dell'infanzia mai smessa.

Non ho gesti da rifare
per eludere la tristezza
di questa gioia solare
senza rinverdire il prato
dei miei ricordi retrogradi.

Ma il passo deciso della voluttà
che nonostante tutto non mi tradisce mai
guata il pelago del mio comunque a venire
in incontrastata cocciutaggine.

Bruno Zucchermaglio, 21.4.19

Parallelamente intrecciate

Parallelamente intrecciate







Ma noi vinceremo il mondo.

Il profumo della vita
rimbalza senza tema
fra notti insonni
pregne di cioccolato Khorasan
mentre le rimembranze intrecciano
discorsi unidirezionali
mai compresi.
Sono distanti le vite
che si incontrano
fra queste coltri, parallelamente intrecciate
e senza mai intendersi.
Ma noi vinceremo il mondo.
E la vita sarà
un soffio di di illusoria felicità

Bruno Zucchermaglio, München, 10.03.2019

La mia tragedia è fatta di vento

La mia tragedia è fatta di vento

La mia tragedia è fatta di vento
amaro.
I nostri sguardi riuniti
sono gocce di lacrime
addolcite
che corrono lungo i vetri
riflessi
della ferrovia che sfreccia
lungo le salite che gli altri percorrono

senza me

senza noi

questa città è sospesa in una nebbia
solamente sospettosa.

Mentre le rincorse
dei circuiti mnestici
tentano di ridare senso all’oggi
con i fervori dello ieri
vibrano fra i nostri sussurri
taciturni
i silenzi sonanti 
di una nota introversione.


Bruno Zucchermaglio
München, 11.2018

Ridammi la vecchiaia

Ridammi la vecchiaia
che mi togliesti
quei giorni di primavera
estiva digiuna
guardando di sbieco
il mio volto curioso
di te.
Tornerò nelle mie stanze
vuote del tuo volto,
tra la confusione
dei ricordi inventati
e di quelli scolpiti nel vento della memoria.

Bruno Zucchermaglio
München, 
Oktober 2018

Non ho più baci

Non ho più baci

 

Non ho più baci da darti
fra le colline degli addii
mai dimenticati
il suono del tuo viso curvo
su di me
ripercorre i giardini di ortiche
che strappano
i ricordi infranti
nella notte che non termina mai.
Gli sguardi smarriti
della solitudine compagna
dei nostri percorsi
si intrecciano fra i discorsi
di sempre
che ci sorprendono ancora.
Resta qui fra le cornici
dei miei sospiri onirici
senza mai lasciarmi.

Bruno Zucchermaglio
München, 14.09.2018

Tutto il tempo sprecato per vivere

Tutto il tempo sprecato per vivere
è quello che resta
lungo la strada
che verso sud
porta lontano da noi.
Abbiamo consumato il tempo
ballando una danza
senza musica.
Il pianto dei tuoi capelli
su di me
è un suono dirotto
che strazia la nostra unica notte.

Bruno Zucchermaglio
02.2018

 

L’odore della solitudine

è come questo prato

di nebbia

che mi stringe

fra le tue braccia nel vento.

Non darmi i baci

Che non ti chiedo.

Stare al tuo fianco

è l’unica idea che mi scuote l’anima.

 

Bruno Zucchermaglio
2.2018

Vento legnoso

Era una questione di legnosità del vento
che abbracciava il sole fatto di strali
senza un pensiero spensierato o confuso
mentre la tua voce timbrica
la riconoscevo nell'ovunque
e anche senza la tua presenza armata di paure
che non sapevi riconoscere.
Ed era il pensiero che mentre tu non mi guardavi
spezzava le parole che non dicevo
e il mare sotto di noi si sfasciava al gelo del nostro non detto
e mai sentito
non era l’amore che si sfaldava
erano solamente le idee dei nostri viaggi mai fatti
e delle sortite inibite in un tramonto smesso.
Il memento mai colto torna ancora,
anche in quella notte quando mi blateravi parole senza senso
pregne del significato di sempre
e allora i casi sono tanti e non siamo solamente noi due.
Chiunque si trovi qui dove noi siamo
non sa da che parte girarsi e la velocità dei tuoi mutamenti repentini
e le fredde giornate di settembre della fine
paiono assomigliare alle gelide raffiche di vento di fine aprile
quando l’inizio era tutto dentro di noi
e i nostri volti e le nostre membra
cominciavano a riconoscersi nelle nevi tardive di questa città
lontana dai monti, vicina alle montagne.
La lingua che parli non la conosco ma la comprendo tutta,
soprattutto quando taci
e mi sorprendi senza capire chi siamo.
E allora abbandoniamo le remore e le antiche idee
e torniamo fra i pensieri più veraci che nessuno saprà mai riconoscere.
Il silenzio che imbastisce le nostre idee
è tutto intriso di parole che verranno
e di idee sublimi innalzate sopra il cielo di questa città festosa
mentre dentro di noi dilania l’angoscia di non conoscersi più.

Bruno Zucchermaglio
23.09.2017

Io non sono il mandorlo fiorito

Rincorsa di filamenti di vita
lungo strade
ammantate di ricordi
affievoliti nella mente
e idealizzati nelle viscere
di me fatto solo di te.
Io non sono il mandorlo fiorito
che scolorisce nel giardino di neve
della tua casa smemorata;
sono il pianto delle promesse mai fatte,
il memento mai colto,
la solitudine della diade discinta
adagiata sul nostro letto di ortiche
selvatiche.
La vita che ti diedi è tutta in me,
integra nel tuo essere dipinto sullo schermo
dei miei segreti
trapelati.
Non un dagherrotipo 
imprime i nostri volti binari

Bruno Zucchermaglio
(8.9.17)

Senza di noi le strade di Monaco

Senza di noi le strade di Monaco

 

 

 






Senza di noi le strade di Monaco
sono fiumi di vento
che non scorrono più
Balla nei ricordi rincorsi
top model fuggito
ai sogni della vita riacciuffata
all’ultimo momento
Fra queste vie deserte di noi
ti abbraccerò di nuovo
la prima volta
per sempre senza toccarti
mai
Siamo troppo simili
per essere diversi
in mezzo alle genti straniere
che non comprendono chi siamo
o chi saremo
mentre voltati all’indietro
io cerco di capire
chi sei
Gli amori che si rincorrono
non finiscono mai
ma nello scuro profondo dei tuoi occhi
di luce ho imparato a nuotare
senza salvagente
e a perdermi nei sogni
interdetti da sempre
Torna da me e dimmi dove andiamo.
La vita che sei mi sorprende in ogni istante.

 Bruno Zucchermaglio
8.17

E rivedo quegli occhi rossi

E rivedo quegli occhi rossi

 

 

 

 

 

 


E rivedo quegli occhi rossi

al tramonto che ci osserva

mentre Monaco si stende

sotto i nostri sguardi attoniti

con il tuo dolore

che esce solamente a brani

e gli strattoni della nostra differenza

abissale

dai monti aridi e scolpiti

intorno a te bambino

fatto di vetro infranto

perché ti catapulti su di me

senza abbracciarmi?

Bruno Zucchermaglio (26.5.2017)

 

 

 









Il fiore segreto
che mi usciva dagl’occhi
profumava di vento
Gli alberi circondavano
le nostre idee
articolate fra i campi coltivati dai sogni
dei bambini
che eravamo al mattino
al risveglio
delle sirene spezzate
sulle pareti infrante
nel tepore della casa
che a primavera sgela
gradatamente verso il calore
algido dei nostri sguardi sgualciti

Bruno Zucchermaglio
3.2017
















Dove hanno nascosto
la nostra vita?
Dove sono le ortiche
che ballano
arrampicandosi
sulle gambe imberbi
d’un vecchio?
I sogni sono un brivido di vento
Foglie che vibrano aggrappate ai rami
senza cadere mai
Le luci sfrecciano senza remore
in fondo alla via
mentre nuvole di panna cadono
sulle strade dell’indolenza
vissuta a scatti in avanti
che trascinano all’indietro.
Le partite giocate
non ci sono più
Nessun sorriso volge verso noi
a consolare l’inutile smania
di procedere ancora…

Bruno Zucchermaglio
(2.2017)

Frida Kahlo, la volontà di una donna di essere se stessa, di essere uomo restando donna, di essere donna divenendo uomo in una società incapace di leggere le donne dal di dentro e dal di fuori, fra i sussulti di una vita combattuta contro un male, contro il bene, nella tenacia di dire io ci sono e ci sarò...
Frida Kahlo, una donna antesignana di una emancipazione mai abbastanza osata…

(Bruno Zucchermaglio)















Volano le rondini

nell'aria ghiacciata
di neve precoce
mentre le favole delle idee
si inebriano
dei nostri ambiziosi desideri
ormai avvizziti.
Le lacrime al vento
non s'asciugano mai
e di contro
imbrattano all'indietro
i nostri volti spauriti
e senilmente infantili
mentre le occhiate
delle genti dabbene
ottundono
il nostro corpo
smembrato e calpestato
fra gli arbusti
e le radici e i rovi
imbrigliato
fra i cespugli
più spogli

(Bruno Zucchermaglio
2016)

Quando una A all'improvviso

Quando una A all'improvviso

Quando una A
all'improvviso

diventa una B,
tutt'intorno
gli occhi

sembrano dire no.
Fulmini, tempeste, venti
freddi e caldi insieme
s'azzuffano e strappano
i capelli.
Intanto, lontano
tanto da essere vicino,

una parte dell'occhio,
di sottecchi,
ha già preso la forma
di una B che presto
diventerà una C

Bruno Zucchermaglio (tratta da
"Confintango", testo teatrale, 2001)

Chiese a se stesso

Chiese a se stesso

 

Chiese a se stesso la risposta più ovvia
Non c’era nessuno
Bussò ancora alle soglie del suo sé
Non c’era nessuno
Provò a salire dentro le sue stanze meno bazzicate
Non c’era nessuno

Stette zitto cent’anni e rinacque un’altra volta
                                                

                                                                                    Bruno Zucchermaglio
                                                                                    (03.2012)

"Gone", video musicale di Bruno Zucchermaglio Musica: Crow's Gate

Gone, video musicale

Gone
video musicale
scritto e diretto da
Bruno Zucchermaglio

Musica
Crow's Gate
Luca Masiello (voice)
Lydia Cerbaro (voice)
Igor Furchì (guitar)
Saro Scaggiante (bass guitar)
Davide Aiello (drums)


Anno di produzione: 1995
trasmesso nel 1996 da Odeon Tv e Circuito Cinquestelle

Brano registrato presso Perpettuum Mobile Studio, Merano (BZ)
by Silvio e Mike Frajria

Produzione video: Bruno Zucchermaglio
Direttore della fotografia: Patrizio Patrizi
Montaggio: Klaus Romen

Interpreti:
Luca Masiello
Lydia Cerbaro
Igor Furchì
Saro Scaggiante
Davide Aiello


Regia:
Bruno Zucchermaglio

SM1 - Sottofondo maschile 1

SM1
Sottofondo maschile 1

di
Bruno Zucchermaglio

con
Seela Olivotto

Una produzione
Gruppo La Forca
*1993

La gallina dell'amore


La gallina dell'amore

follie teatrali in un cortile d'estate
(estratto)
di Bruno Zucchermaglio

con
Gianluca Iocolano
Philipp Botes
Laura Zucchermaglio
Marina Cagliari
Eleonora H. Angeli

sax
Doris Hilpold

Meteo