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Dalla cronemica all'aptica

Dalla cronemica all'aptica


Bruno Zucchermaglio

DALLA CRONEMICA ALL’APTICA
La percezione del tempo e dello spazio per una didattica interculturale

Questo saggio è il punto di partenza da cui prendere le mosse per iniziare a trattare concretamente la risorsa della multiculturalità che da anni caratterizza i sistemi d’istruzione altoatesino, italiano ed europeo. Il lavoro mette a fuoco in modo particolare quelle componenti spesso ignorate dell’interazione umana che vanno dalla comunicazione non verbale in senso lato alla percezione e strutturazione del tempo, dello spazio e del contatto corporeo quali elementi che permeano e intessono la comunicazione verbale, sovente ed erroneamente considerata unica o prevalente radice delle incomprensioni interculturali.
La tesi di questo saggio è che le culture faticano ad incontrarsi quando non prendono in considerazione che la maggior parte delle concezioni, degli habitus mentali, cui fanno riferimento per interpretare il mondo, sono frutto di acquisizioni culturali e pertanto differenti da cultura a cultura. Dopo aver messo in risalto come l’incidenza dei flussi migratori nei sistemi scolastici costituisca uno dei principali fattori di cambiamento della società e dopo aver cercato di mettere in luce come tale incidenza non possa né essere ignorata né affrontata con strategie dell’esclusione, il lavoro passa in rassegna i concetti di cronemica, aptica, prossemica e di linguaggio non verbale, trattandoli in chiave interculturale ed evidenziando così le numerose differenze che per tali concetti si registrano fra le diverse culture, nonostante la percezione comune e quotidiana di essi ci induca a ritenerli oggettivamente condivisibili da parte di tutte le culture.
In particolare il tempo, il suo scorrere scandito dagli orologi ad acqua e dalle meridiane prima, sui campanili duecenteschi poi, negli orologi da taschino fino a quelli digitali ed ubiquitari che campeggiano oggigiorno sui desktop dei pc, è quell’elemento di norma percepito come assoluto ed intersoggettivamente condiviso. Raramente, nella scansione ordinaria delle attività quotidiane, ci fermiamo a riflettere che anche il tempo (insieme ai suoi derivati) è un prodotto sociale, che esso è, per dirla con un’inflazionata aggettivazione che ci viene dai mai del tutto compresi studi di Einstein, relativo. Assolutamente relativo. Che, dunque, le procedure temporali cui ancoriamo ritmi, feste, scadenze e cerimonie senza (quasi) mai metterle in discussione, sono frutto non di un’entità superiore o di un principio fisico, di newtoniana memoria, che governa un’oggettiva ripartizione del tempo, bensì di compromessi ed adattamenti culturali storicamente negoziati all’interno di una (o più) cultura(e). Nel tentativo di superare tale forma di etnocentrismo temporale (senza trascurare quello spaziale, oltre che culturale in senso lato), questo lavoro presenta una proposta di lavoro interculturale nella scuola primaria che intende evitare i folklorismi e dunque tutte quelle esperienze didattiche che, spesso ingenuamente, si risolvono in manifestazioni o itinerari dal sapore esotico o esterofilo che non possono non scadere nella stereotipizzazione.  Si è dunque cercato di formulare una proposta di lavoro il cui obiettivo è quello di formare una percezione degli scolari aperta ed ampliata in modo “indistinto”. La proposta si concentra così su di un modo di lavorare che dovrebbe investire innanzitutto i corpi e le menti degli alunni e degli insegnanti, facendoli lavorare su se stessi e quindi su una sorta di “allenamento” psicofisico che li abitui a percepire se stessi e gli altri in modi anche differenti, rispetto a quanto comunemente avviene all’interno della propria cultura di riferimento. Così come il corpo e lo spazio, anche il tempo, fra l’altro ad essi strettamente correlato, può essere reimmesso in discussione e quindi alla mercé di quella che abbiamo chiamato forza centrifuga che il tutto scompone per poi fare rientro, maggiormente rinvigorito, al punto di partenza che potrà anche essere il “nostro” centro, considerato che ognuno di un suo proprio centro ha comunque bisogno.

Feudi e vassalli. Le reazione tedesca al “revisionismo” della Reynolds

Feudi e vassalli. Le reazione tedesca al “revisionismo” della Reynolds


di 
Bruno Zucchermaglio

 Nell’ormai articolato panorama riguardante la diatriba di matrice prevalentemente accademica sul significato delle parole “feudo” (con i suoi derivati “feudale” e “feudalesimo”) e “vassallo” (anch’essa con le due derivazioni  e combinazioni quali “vassallaggio”, “valvassore”, ecc.), diatriba che tra l’altro si innesta sullo sfondo di una altra controversia ovvero quella relativa alla messa in discussione della accezione “Medioevo”[1], il libricino pubblicato da Steffen Patzold nel 2012 a Monaco di Baviera appare come un tentativo di “mettere ordine” o, perlomeno, di fare il punto della situazione.

Sappiamo, infatti, che se già nel 1974 Elizabeth Brown denunciava la “tirannia di un concetto”[2] che induce la ricerca storica a declinare la realtà secondo rigidi e consolidati paradigmi fuorvianti e deformanti ancorati al termine-concetto di “feudalesimo”, vent’anni più tardi, nel 1994, Susan Reynolds[3] propone una lettura revisionista, per non dire negazionista, di tutto quanto è stato etichettato, basandosi su qualcosa che viene definito senza mezzi termini un “paradigma kuhniano”,  sotto la comoda categoria mentale di feudo e di feudalesimo nonché di vassallo e vassallaggio.

Si tratta in realtà di considerazioni che possiamo trovare già alla fine del XIX secolo, come ci ricorda Johannes Fried[4]: Frederic William Maitland sostenne che a introdurre il sistema feudale in Inghilterra era stato Sir Henry Spelman (1562-1641)[5] e che esso aveva raggiunto il suo apice nel XIX secolo[6].  Già a fine Ottocento, in sostanza, uno storico non esitava ad attribuire la “invenzione” del feudalismo a forme di sistematizzazione resesi necessarie in epoca moderna al fine di organizzare sotto una unica categoria concettuale le diversificate istituzioni sorte nel corso del Medioevo.

Dunque Maitland, un secolo prima della “revisione” di Susan Reynolds, aveva già intuito che non è possibile comprendere appieno la società medievale se essa viene posta sotto gli “occhiali” e dunque concetti e paradigmi della società a noi coeva, if we see it through seventeenth- or eighteenth-century spectacles. Yet every time we think of fiefs and vassals we do just that”[7].

Steffen Patzold, come si diceva, propone un nuovo “schema” della discussione in atto e, dopo aver illustrato il punto di vista “classico” e la critica più recente, soffermandosi in particolare su Susan Reynolds, propone una sorta di risultante, fra le due forze vettrici contrastanti, dunque una sorta di sintesi in chiave hegeliana,  non risparmiando incise critiche al revisionismo della docente di Oxford senza peraltro rinunciare, al tempo stesso, al contributo che “Fiefs and Vassals” ha portato alla ricerca storica che si occupa del feudalesimo e della sue sfaccettate peculiarità.

In questo breve lavoro proponiamo dunque una lettura del testo “Das Lehnswesen” pubblicato nel 2012 a Monaco di Baviera da Steffen Patzold, docente presso l’università di Tübingen, mettendolo in relazione con il volume del 1994 di Susan Reynolds ovviamente senza tralasciare le declinazioni “classiche” di François Louis Ganshof[8] e di March Bloch[9].

 

[1] Esemplare,  a questo proposito, il manuale Storia medievale, a cura di Massimo Montanari (in collaborazione con Giuseppe Albertoni, Tiziana Lazzari e Giuliano Milani), Roma-Bari, Laterza, 2002, che, nonostante scelga un titolo del testo in cui l’aggettivo “medievale” inquadra il periodo storico trattato secondo i canoni riconosciuti della storiografia tradizionale e in uso nelle scuole di ogni ordine e grado, sceglie deliberatamente di non utilizzare mai in tutti i ventinove capitoli del libro la parola “Medievo” e dedica tutto il trentesimo capitolo proprio alla “invenzione” di tale termine e alle difficoltà della periodizzazione nonché della sua designazione.

[2] Elisabeth Brown, The Tyranny of a Construct: Feudalism and Historicians of medieval Europe, in The American Historical Review, Vol. 79, No. 4 (Oct., 1974), pp. 1063-1088, The University of Chicago Press on behalf of the American Historical Association

[3] Susan Reynolds, Feudi e vassalli. Una nuova interpretazione delle fonti medievali, Roma, Jouvence, 2004. Ed. or.: Fiefs and Vassals: the Medieval Evidence Reinterpreted, Oxford, Oxford University Press, 1994.

[4] Johannes Fried, Debate: Susan Reynolds, Fiefs and Vassals: the Medieval Evidence Reinterpreted, German Historical Institute London, Bulletin, Volume XIX, No. 1, May 1997, pp. 28-41.

[5] Storico e antiquario inglese (1562?-1641).

[6] Ivi, p. 28.

[7] Così Reynolds in Fiefs and Vassals, cit., p. 3, nella citazione resa da Fried, Debate, cit., p. 29.

[8] François Louis Ganshof, Che cos’è il feudalesimo?, Torino, Einuadi, 1989 (Ed. or.: Paris, 1982).

[9] Marc Bloch, La società feudale, Torino, Einaudi, 1949 (Ed. or.: Paris, 1939).

 

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Lo "smontaggio" della Resistenza

Lo "smontaggio" della Resistenza


Fra guerra civile, guerra di liberazione e guerra di civiltà
Per una lettura delle interpretazioni del biennio 1943-1945 in Italia

“L’Italia combatte l’Italia. Gli stranieri potentissimi e formidabili
sogghignano e preparano le arme; in mentre le persone, le industrie,
il commercio, le arti italiane e ogni forza va in fondo, fra gli spogli,
le fucilazioni, gl’incendi e le ruine. L’Italia subissa l’Italia”
(Giacinto De Sivo, 1861)


di Bruno Zucchermaglio

Se l’obbedienza menzionata da Hobbes[1], così come la fuga dalla libertà descritta nel 1941 da Fromm[2], è finalizzata alla protezione e dunque alla tutela perseguita dall’uomo, dal cittadino, che rinuncia a buona parte della sua libertà[3] in cambio, appunto, di protezione emanata, se così possiamo dire, attraverso i poteri esercitati dal governo, dal parlamento e dalla magistratura, l’8 settembre 1943 costituisce per il popolo italiano l’improvvisa instaurazione di una vacanza di potere, in parte già da tempo percepita ma drammaticamente confermata con l’annuncio dell’armistizio di Cassibile firmato pochi giorni prima dal duca di Addis Abeba.

La perdita di quei punti di riferimento attraverso i quali ogni cittadino di uno stato moderno si orienta, viene presto avvertita da quei soldati, descritti da Salvatore Satta, che dopo l’annuncio dell’armistizio percepiscono in modo graduale l’assenza degli ufficiali che li hanno lasciati soli in caserma dandosi alla fuga (così come avrebbero fatto il giorno dopo l’annuncio il capo del governo e il re con il suo seguito).

I soldati di cui narra Satta, ancorché descritti nell’ambito di una ricostruzione non prettamente storica ma prevalentemente letteraria, si sentono come orfani, tanto che alcuni di loro piangono di fronte al “si salvi chi può” suggerito dall’unico tenente che quasi per sbaglio rientra in caserma.

Piangono in quanto è loro chiaro che l’esortazione dell’ufficiale sottintende l’improvvisa venuta meno di ogni punto di riferimento e che ai vertici, non solo della loro divisione ma addirittura del Paese, non vi è più nessuno.[4]

Non solo. Anche se ufficialmente quei soldati sono in guerra da più di tre anni, l’8 settembre, considerato da diversi storici l’inizio di una nuova fase della guerra, per alcuni, per quanto in modo piuttosto azzardato ma non per questo incomprensibile, rappresenterebbe la vera data dell’entrata in guerra dell’Italia. “Pochi infatti intendono – scrive a tale proposito Salvatore Satta – che l’8 settembre 1943, e non il 10 giugno 1940, è il vero giorno dell’entrata in guerra degli italiani” [5] , quasi a voler significare che la vera tragicità della guerra non sta tanto nel conflitto in sé quando esso è conseguenza diplomatico-militare di una regolare dichiarazione di guerra e costituisce la contrapposizione fra due o più stati sovrani chiaramente delineati con i loro eserciti altrettanto chiaramente schierati, quanto nella sua evoluzione, o, meglio, involuzione[6], in lotta intestina e dunque in conflitto fra cittadini che fanno riferimento a una unica nazione e/o a un solo stato.

Il giurista nuorese precisa poco più avanti che, così come il popolo italiano non aveva mai creduto alla guerra annunciata con tutta l’enfasi con la quale sapeva distinguersi il “fondatore dell’impero” dal balcone di Palazzo Venezia alle 17 del 10 giugno 1940, quasi allo stesso modo, l’8 settembre di tre anni più tardi, nell’esultare di fronte alla cessazione delle ostilità contro il vecchio nemico, al tempo stesso si rifiutava di cominciarle contro il nuovo nemico, l’alleato del giorno prima.

Ciò che però il popolo italiano non poteva in alcun modo rifiutare era il fatto che l’8 settembre cominciava la guerra contro se stesso.

Satta, molto prima che storici e storiografi, a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, convergessero su queste conclusioni, seppure con tutta una serie di distinguo che costituiscono l’oggetto di questo lavoro, con spirito di cronista, più che di scrittore, percepisce subito non solo che la guerra si sposta dal piano internazionale a quello interno, e dunque nazionale,  ma soprattutto che essa si concluderà su quello individuale, “cioè col trionfo dell’individuo sopra se stesso”.[7]

Anche Calvino, dunque ancora uno scrittore e in ogni caso non uno storico, nel suo primo romanzo tende indubbiamente a declinare la narrazione dei fatti delle Resistenza, visti attraverso gli occhi di un bambino, su un piano che è quello della guerra civile.

Nella presentazione al romanzo, redatta diversi anni dopo, egli sottolinea inoltre che “la Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone”[8] ponendo dunque l’accento su un elemento tipicamente caratterizzante una guerra civile, oltre che della Resistenza e delle Resistenze così come le abbiamo conosciute, che è quello del ritorno al territorio dei boschi, delle montagne, delle grotte e dei paesini sperduti e diroccati da parte dei suoi protagonisti i quali, perdendo i concreti riferimenti dell’unità del territorio e dunque della sua contiguità con lo stato-nazione, di quest’ultimo perdono la percezione dovendo così fare nuovamente e necessariamente riferimento al suo frazionamento (alla sua dissoluzione, da un punto di vista giuridico) tornando ad occuparne solo alcune porzioni cui conferire di volta in volta l’appartenenza attraverso varie di forme di presa ed organizzazione del potere e dunque per mezzo di diverse soluzioni autoritarie o, per così dire, autorevoli.

 
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[1] “La costruzione dell’artificio politico si fonda infatti su un duplice sacrificio. Il primo è quello, di evidente risonanza freudiana, che implica la deposizione dei propri diritti e la rinuncia al proprio potere e alle proprie passioni; insomma la rinuncia alla propria libertà (e felicità), come direbbe Freud, ‘per un po’ di sicurezza’ ” scrive a questo proposito Pulcini Elena, Paura, legame sociale, ordine politico in Hobbes, in Chiodi Giulio M. e Gatti Roberto (a cura di), La filosofia politica di Hobbes, Milano, Franco Angeli, 2009, pp. 74-75.

[2] Cfr. Fromm Erich, Fuga dalla libertà, Milano, Edizioni di Comunità, 1977 (ed. or.: Die Furcht von der Freiheit, 1941).

[3] Anche da un punto di vista antropologico, oltre che da quello filosofico e sociopsicologico, la nascita dello stato e dunque la organizzazione della vita delle persone in  strutture sociali statuali rappresenta, “sotto molti aspetti, la caduta dal mondo della libertà a quello della schiavitù” (Harris Marvin, Cannibali e re. Le origini delle culture, Milano, Feltrinelli, 1979, ed. or.: 1977, p. 81).

[4] Satta Salvatore, De Profundis, Milano, Adelphi, 1980 – ed. orig.: 1948 – pp. 160-169.

[5] Ivi, p. 20.

[6] Mentre in Spagna la guerra civile era divenuta internazionale o comunque si era sviluppata  anche lungo quell’asse, in Italia sembra accadere il processo inverso ovvero quello che vede uno scontro internazionale, fra due o più stati sovrani o comunque fra alleanze siglate fra due o più nazioni, declinarsi gradualmente su un piano di conflittualità interna e dunque di guerra civile. Cfr. Pavone ClaudioLa seconda guerra mondiale: una guerra civile europea?, in Ranzato Gabriele (a cura di), Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, Torino, Bollati Boringhieri, 1994, pp. 98-100.

[7] Ibidem.

[8] Calvino Italo, Il sentiero dei nidi di ragno, Milano, Mondadori, 2002, p. IX, ed. or.: 1971 (la prima edizione del romanzo, priva della prefazione cui qui si fa riferimento, è del 1947).

Per un teatro educativo dell'oggi

Per un teatro educativo dell'oggi

Accogliere i bambini a teatro e trasmettere loro l’idea che il teatro è un luogo “diverso”, un luogo deputato ad una o più specifiche attività del tutto peculiari ed anche “distanti” – e pertanto “divertenti” (per giocare un po’ con l’etimologia) – non è certo semplice, in particolare negli ultimi anni. Un giorno, dopo aver accolto in un piccolo teatro quattro classi di una scuola elementare in lingua tedesca della provincia di Bolzano, un attore germanico cercò in tutti i modi, prima di iniziare lo spettacolo vero e proprio, di “istruire” i suoi piccoli spettatori sulla natura e sulla specificità del teatro e sull’evento che esso è rispetto a quanto di norma accade e si fruisce nella vita quotidiana. L’attore, mosso indubbiamente anche da una forte indole idealistica, faceva di tutto per far comprendere agli scolari che lì erano a teatro, che non si trovavano di fronte alla solita televisione, che, dunque, ciò che veniva loro richiesto era la compartecipazione ed, in sostanza, almeno quello “sguardo fisso”, quell’altrimenti denominato “gaze”, che si distingue dalle “occhiate”, da quelle “glances”, che da tempo siamo abituati ad utilizzare quando fruiamo i programmi televisivi.
I bambini, e non di meno gli adulti, in sostanza, sono distratti. Sono abituati a fruire le sollecitazioni multimediali in modo incostante e spezzettato, in alternanza ad altre numerose attività che si intrecciano, nella quotidianità, con quella della fruizione di uno spettacolo. Giunti in teatro, in un luogo deputato alla manifestazione di una messinscena teatrale, si sentono smarriti, privati di quegli appigli “distrattori” che di norma li circondano ed ai quali si aggrappano. Il teatro rimette, o dovrebbe rimettere, tutto nuovamente in gioco.

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Nel volto di suo figlio. Racconto

Nel volto di suo figlio. Racconto

 
Nel volto di suo figlio

Si fermò.
Non ricordava quello sfavillio di luci.
Rimase qualche secondo a guardare il baluginare di quei bagliori che aveva dimenticato, cui credeva di non aver mai pensato. All'improvviso si accorse del silenzio che lo sorvegliava, rotto appena dal ronzio sbuffante dell'automobile accesa. Si assicurò di avere la prima inserita, mollò gradualmente la frizione e partì.
Ripartì, e non poté fare a meno di avvicinarsi al New Time, il pub in cui da giovane aveva riso e scherzato, urlato e picchiato, dove le aveva prese e le aveva date, insultato, fumato, bevuto.
Bambini.
Ai suoi tempi quel pub era frequentato da giovani, non da bambini. Quanti anni avevano quei ragazzetti appollaiati sugli scalini, appoggiati alle auto, capelli irti e scolpiti lanciati nel vento della tarda primavera? Dodici, tredici, forse quindici, venti.
Si rese conto di non esserne più capace.
Di non essere più in grado di calcolare l'età delle persone, dei giovani più giovani di lui. Sembrava avessero tutti la stessa età. Chilometri di vita lontano da lui, non importava quanti anni avessero.
Erano giovani.
Punto.
Loro lo erano.
Lui no.
 (segue)


 
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Il racconto è stato pubblicato in FILADRËSSA 05. Kontexte der Südtiroler Literatur,
a cura di  Monika Obrist , Edition Raetia, Bolzano, 2009.

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