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Lucchino

Lucchino

di Bruno Zucchermaglio

 

Lucchino si guardò allo specchio e, ancora una volta, pensò a come sarebbe potuto essere.

Era il giorno del suo ventiseiesimo compleanno e Lucchino non aveva mai riso.

Come era sua abitudine fare, si guardò allo specchio e cercò di far muovere le labbra così come aveva visto fare tante volte in tv, dai suoi amici, dai suoi familiari.

Ma non gli riusciva.

Non che gli importasse più di tanto, a lui, di ridere.

Ma visto che spesso, amici e parenti, gli ripetevano che era solamente una questione psicologica, una fissazione, e che valeva la pena di provare, Lucchino, anche il giorno del suo ventiseiesimo compleanno, provò a ridere.

 

Ma non ci riuscì.

 

Tornò nella sua stanza, appoggiò sullo scaffale di sinistra  (quello pieno di videocassette di film comici che ad ogni compleanno gli regalavano per farlo ridere) l'ultimo regalo di sua sorella: un libretto di fumetti. Lo aveva già letto tutto ma, a differenza di quello che diceva la sorella, a lui non aveva fatto ridere.

Si sdraiò sul lettone a due piazze ed attese pazientemente le nove di sera. Era quella l'ora in cui gli amici di Lucchino sarebbero venuti a casa sua per festeggiare il suo ventiseiesimo compleanno.

 

La solita festa.

 

Uguale come tutti gli anni.

Uguale da quasi ventisei anni.

Lui compiva gli anni e gli amici sfilavano fino a casa sua per portargli i regali e per mangiare torta, biscotti, patatine, pop corn, tartine guarnite con l'uovo sodo, salatini, pasticcini,  pizzette, spiedini, i panini neri guarniti con ricotta pomodoro prezzemolo (che lui però odiava e toglieva sempre perché assomiglia alla cicuta e non si sa mai che qualcuno non si sbagli!) e per bere aranciata, coca cola (che lui detestava ma era sicuro che un compleanno senza coca cola non sarebbe piaciuto a nessuno) e limonata, acqua minerale (che non c'entra niente ma lui ne comprava sempre una bottiglia perché ci si poteva sciacquare la bocca da tutte le altre cibarie e bevande) e succo di pompelmo, tropical, multivitaminic.

Il suo sogno, tutto segreto, tutto suo, era quello di far trovare sulla tavola imbandita del suo compleanno una bottiglia di succo di carciofo, con tanto di etichetta e marchio registrato.

 

Ma era impossibile.

 

Nessuno produceva succo di carciofo e Lucchino ogni anno faceva di tutto per immaginare che faccia avrebbero fatto i suoi amici di fronte a quella bottiglia e, soprattutto, chi ne avrebbe bevuto e chi no. Ma forse - pensava - tutti ne avrebbero assaggiato almeno un goccio.  I suoi amici si distinguevano, infatti, perché della vita volevano provare tutto, almeno tutto ciò fosse loro possibile. Anche per questo risultava inconcepibile, a loro, che Lucchino non ridesse mai e mai avesse riso, perché tutto andava almeno provato, assaggiato, saggiato, e il fatto che Lucchino non avesse mai provato la sensazione del riso, lo rendeva, ai loro occhi, incompleto.

Sì, si sentiva così. Incompleto.

Pur non avendo alcun interesse a provare la sensazione del riso.

Non rideva e basta.

È vero, sì, che era curioso, a volte curiosissimo di sapere che cosa si prova quando si ride, quando ci si scompiscia dalle risate. Ma dato che lui non rideva e non ne sentiva il bisogno, fondamentalmente non gliene fregava niente.

E si divertiva (eh, sì, anche Lucchino si divertiva, ma sempre senza ridere) quando osservava la marea di comici televisivi che facevano di tutto, con scarsi risultati, per far ridere il loro pubblico. E non provava nessuna invidia quando vedeva amici e familiari, di fronte alla tv, ridere per inerzia, poco convinti, meccanicamente, spinti da automatismi e reazioni pavloviane. Ma loro si ostinavano. E continuavano a ridere. A guardare la tv, a raccontarsi barzellette, a farsi scherzi, a riferirsi aneddoti e figuracce, a ridere, ridere e sorridere ed a piangere dal ridere.

 

Ma la sensazione più bella, bella ed al contempo angosciante, Lucchino la provava al cinema. Decine di persone che ridevano, uno scroscio di risate che lo circondava,  un ammasso di suoni irregolari che nell'insieme formavano un suono omogeneo e quasi regolare, che scandiva un tempo sradicato da quello dell'orologio. Un tempo ignoto, orchestrato da un magico gerarca che Lucchino immaginava appeso in alto sopra lo schermo e che con la mano ordinava quand'era il momento di ridere, tutti insieme, pochi esclusi.

Era una sensazione fantastica: tutti ridevano e lui serio, immobile, labbra chiuse, solo, solissimo.

Ma era il giorno del suo compleanno, del suo ventiseiesimo compleanno, e Lucchino non poteva pensare alla solitudine.

Tutto era già pronto in tavola, gli amici stavano per arrivare, e Lucchino doveva prepararsi per accoglierli.

 

Con un sorriso?

No. Gli era impossibile. Anche se avesse voluto, non avrebbe potuto. Ma non voleva. Doveva prepararsi ad accoglierli e basta.

Anche quest'anno la tavola della sua casa era pronta ad accogliere i suoi amici.

E, anche quest'anno, Lucchino si preparava a scartare i regali.

 

 

Lo sapeva: anche quest'anno i suoi amici erano in ritardo. Lo sapeva, sì, ma come tutti gli anni Lucchino iniziava a prepararsi dieci, quindici minuti prima delle nove. Non che si preparasse chissà come. Lucchino, infatti, non si cambiava mai d'abito, quando doveva uscire, andare a teatro, al cinema, ad una festa, ad un esame o quando ospitava amici a casa sua. Gli abiti che indossava erano più o meno sempre gli stessi. Non che fosse trasandato o sporco, semplicemente si vestiva ogni giorno senza curarsi degli abbinamenti dei colori, dell'eleganza o meno di ciò che indossava, della piega o non piega dei pantaloni, della camicia.

Soprattutto, non si curava di indossare vestiti particolari per occasioni particolari.

Dunque i preparativi nell'attesa dei suoi amici consistevano in preparativi psicologici. Cercava di immaginare come avrebbe aperto la porta, come si sarebbero salutati, che faccia avrebbe fatto lui, ma soprattutto quella che avrebbero fatto gli altri, visto che le sue, di espressioni, non erano mai molto variabili. È per questo che il ritardo dei suoi amici - solitamente una quindicina di minuti - lo innervosiva, perché in tutto quel tempo Lucchino correva con la sua immaginazione e si preparava ad accoglierli con un sorriso interno.

Non poteva sorridere veramente, per cui cercava di farlo, almeno in queste occasioni, con gli occhi. Cercava di trasmettere la sua disponibilità, la sua gioia di vederli, finalmente. Era uno sforzo non da poco, per lui, ma almeno in occasione del suo compleanno cercava sempre di sorridere almeno col corpo, con le parole. In fin dei conti - pensava - loro vengono qui a portarmi dei regali ed il minimo che possa fare è di accoglierli con gli occhi sorridenti.

 

A tutto questo pensava nei soliti quindici minuti di ritardo dei suoi amici, ed ogni volta si riprometteva di rilassarsi, di non continuare a guardare dalla finestra per vedere se arrivavano, di mettersi a fare qualcosa per ingannare il tempo, per non sentire il peso dell'attesa.

 

Ma gli riusciva difficile.

 

Quando le lancette di uno dei suoi tre orologi si avvicinavano alla figura delle ore nove, quando la più lunga iniziava, solitaria, il suo cammino verso l'alto per andare a disegnare, con la più corta, quell'angolo retto che indicava "le nove" - Lucchino iniziava ad impazientirsi.

Anche stavolta, dunque, l'attesa fu lunga e nervosa, ed anche stavolta Lucchino continuava a pensare che quella sarebbe stata l'ultima volta che invitava gli amici a casa sua.

 

La festa era, come al solito, una festa.

Tutti mangiavano, bevevano, chiacchieravano, ridevano e sorridevano e, tutti, avevano portato un regalo che avevano disinvoltamente appoggiato a terra vicino all'attaccapanni. E, come sempre, Lucchino doveva, pure lui disinvoltamente, ignorare quei regali, far finta di non averli visti, parlare con la persona che si toglieva il cappotto cercando di guardarla in faccia il più possibile, mentre la coda dell'occhio inevitabilmente cadeva sul pacco che veniva accantonato. Nelle prime ore della festa quei pacchi restavano lì, solitari ed ignorati da tutti, tranne da quelli che dovevano aggiungere le loro firme sui biglietti d'auguri. Spesso, infatti, i regali venivano fatti in gruppo e c'era sempre qualcuno che doveva aggiungere la propria firma. Anche questa operazione - quella della firma dei biglietti - veniva apparentemente ignorata da tutti, per quanto non di rado capitasse che il corridoio fosse pieno di gente intenta a fare firme, mentre in sala si ritrovavano in quattro gatti. Ma era una tradizione consolidata, ed ogni anno veniva rispettata con un automatismo tale da impedire a chiunque di pensarci, di osare il benché minimo cambiamento.

 

I regali erano belli, come sempre.

Anche per il suo ventiseiesimo compleanno, Lucchino ricevette dei bei regali. Meno belli, per lui, erano i biglietti d'auguri, perché come al solito rimandavano a risate e sganasciate che Lucchino non avrebbe mai fatto, ma che nemmeno i suoi amici, in realtà, facevano veramente. Le risate che seguivano la lettura del biglietto prestampato erano sempre automatiche e poco convinte, le stesse che sentiva fare di fronte ai varietà televisivi. Non provava dunque alcuna invidia sentendo quelle risate, ma ciononostante si innervosiva nel vedere come ogni anno si ripresentassero quei biglietti, come gli altri fossero insensibili al fatto che esisteva anche qualcuno - lui - che non rideva, e che non aveva nemmeno intenzione dei farlo. Ma, del resto, non poteva neanche pretendere che gli regalassero dei biglietti di condoglianze! Così Luccchino, ogni anno, lasciava correre e nascondeva i biglietti sotto montagne di vecchi quaderni e diari per evitare il più possibile di ritrovarli.

 

Fra tutti i regali ricevuti, Lucchino ne apprezzò uno, in particolare: un maglione di colore verde scuro con delle striature azzurrognole che mettevano in risalto i suoi occhi.

Questi ultimi erano infatti azzurri, d’un azzurro non proprio celeste ma soprattutto ceruleo, e Lucchino ne andava fiero.

Se per tutto quanto il resto relativo al suo corpo, Lucchino non riteneva di avere nulla di particolarmente bello o interessante, gli occhi erano per lui lo specchio del suo modo di essere, la porta di ingresso e d’uscita del suo sé, del suo essere se stesso, e il fatto che fossero d’un azzurro tendente al ceruleo gli dava un sensazione di apertura e di libertà che secondo Lucchino era peculiare di quella tonalità di colore.

 

Bruno Zucchermaglio

Le stupidità multiple. Gli stupidi non sono stupidi, fanno cose stupide

Sono stato stupido.

Oppure sono stupido?

La prima, preferibilmente.

Stupidi si è, certo, eccome, ma lo si è in maniera circostanziata, contestualizzata, fattuale, determinata e incardinata in una specifica situazione, nella pratica di un fatto determinato, nella sua esecuzione o nella sua enunciazione.

Ma non si è mai (o quasi mai) stupidi in toto, a tutto tondo.

Persone intelligentissime (o tali ritenute e percepite dai più) fanno cose stupide, talora stupidissime, in quanto la loro decantata intelligenza lo è in virtù di una classificazione e designazione che prende in considerazione una gamma di aspetti che, inevitabilmente, ne esclude altri; molti altri.

Dunque queste persone saranno, e magari anche a ragione, considerate particolarmente intelligenti perché intellettuali, istruite e dunque fornite di numerose informazioni su svariati aspetti e tematiche della vita, della cultura, della storia, della politica, dell’economia, ecc., e probabilmente anche perché capaci di utilizzare queste informazioni in modo pratico, empirico, e dunque districandosi in modo intelligente, appunto, in diverse praticità quotidiane o meno, ma sempre nel contesto della loro intelligenza che, ovviamente, è, e non può che essere, circoscritta.

La loro intelligenza, in buona sostanza, non è universale; anche se fossero dei geni, lo sarebbero in ogni caso nell’ambito di un bacino, più o meno grande, delimitato; impossibile che esso sia sconfinato, al limite i suoi confini potranno essere scontornati, non marcati, zone grigie nelle quali il transito dall’area dell’intelligenza a quella della stupidità rende il tutto difficilmente palpabile e tangibile, dunque un po’ evanescente.
E così la stupidità. Non siamo stupidi. Facciamo cose stupide.

La nostra stupidità, e quella degli altri, non è totalizzante, universale. È determinata e parcellizzata, parcellizzante, circoscritta. Ancorata a un fatto a se stante, o anche a più fatti, certamente, ma comunque non a una sequenzialità indefinita e indeterminata di essi e/o di circostanze.

È Gardner al contrario.
Sono le stupidità multiple.

 

Bruno Zucchermaglio, München (Bolzano), 07.2019

Perché il ponte che crolla?

Perché mi fanno vedere il ponte che crolla?
Dove sono i giornalisti, quelli veri, quelli che raccontano, narrano, illustrano, descrivono, ancorati alla integrazione fantastica che chi scrive, narra, racconta, ancorché fatti reali, deve (dovrebbe) suscitare, promuovere, stimolare?
Dove?
Qualche tempo fa, non ricordo esattamente quanto (quando), un titolo giornalistico in centro pagina (web) sintetizzava che Bianca Berlinguer, ancora direttrice (che brutto direttora!) e conduttrice (che brutto conduttora!) del Tg3 aveva avuto un forte abbassamento di voce e aveva deciso di cimentarsi lo stesso nella conduzione del telegiornale. Solo il titolo, c’era, in quell’articolo (che poi articolo non era). Sotto il titolo il fermo immagine del video che riproduceva parte di quella puntata del Tg3, con la (quasi) afona Berlinguer. Dunque, a parte il titolo, tutto il narrato consisteva nel cliccare e guardarsi il video. Null’altro. Chi aveva riportato la “notizia” aveva deciso di non fare il suo mestiere, di non raccontare, semplicemente di linkare un video e ognuno di noi poteva rendersi conto da solo, in tutta autonomia, di quanto (non) era “accaduto”. Senza per nulla contestare la possibilità di entrare, oggi, a diretto contatto con i “documenti”, non comprendo perché, a corollario o meno di questi, i sedicenti giornalisti invece di fare i giornalisti, dunque di raccontare la realtà, si limitano a fare i “copia-e-incollisti”, per di piú non di testi bensì di link.
E questa mattina l’orrore del ponte.
Leggo nel solito titolo senza articolo che sotto viene riportato un video inedito del “crollo del ponte”.
Idiota e stupido e superficiale nonché naif quale sono, credo si tratti della ennesima ripresa dalla ennesima angolazione dell’abbattimento del ponte Morandi di venerdì scorso e così clicco il video. Dopo la solita e in questo caso a dir poco sconveniente e inopportuna e offensiva pubblicità, ecco il ponte Morandi che crolla.
Pochi secondi, forse solamente due, forse nemmeno, e mi rendo conto d’un tratto di essere di fronte alla morte.
Preso dal panico, dall’orrore, da un senso di nausea, cerco maldestramente di bloccare il video ma il puntatore del mouse finisce invece poco dopo l’inizio e di nuovo viene riprodotto il momento del crollo. Non quello causato dalla dinamite tre giorni fa, ma quello dell’incidente dell’agosto dell’anno scorso, quello della morte, di 43 morti, dell’assurdo precipitare nel vuoto di chi viaggiava su una austostrada senza mai poter nemmeno immaginare che essa potesse all’improvviso sprofondare nel nulla della morte.
Sono atterrito: intravedo un camion, o forse è un furgoncino, che cade fra polvere e calcinacci, e poi un’auto con i fari accesi che scende lungo l’asfalto del viadotto spezzato. Alla velocità del ralenty con cui viene proposto il video, l’auto percorre un breve tratto di viadotto mentre questo, spezzato, piomba nel vuoto. Poi, terminato il breve tratto di strada rotta, l’auto precipita.
Non avrei mai voluto vedere questo video. Mai. Non avrei mai voluto vedere la morte in diretta, immaginare quelle persone intrappolate senza alternative che avranno avuto gli occhi e le urla atterriti da qualcosa che stava accadendo senza alcuna possibilità di scampo, niente, nulla, solo le urla, il terrore, la non comprensione di che cosa sta accadendo, forse la immediata consapevolezza di essere di fronte semplicemente alla inevitabile morte.
Non avrei mai voluto vedere questo video.
Idiota io, che non ho capito subito di che cosa si trattasse, poco professionale, secondo me, chi ha scelto di pubblicare quel video così, senza alcun articolo, senza alcuna narrazione.
E poi la domanda. Perché io devo vedere quell video? Sono forse un magistrato? Un inquirente? Un pm? Un giudice? Un avvocato di parte civile? O della difesa?
Se oggi è sbucato un nuovo video, una nuova prova, di quella tragedia, essa deve essere essere a dispoizione della magistratura e di tutti quelli che sono direttamente coinvolti in questo disastro, ma non io.
Io avrei preferito un bravo giornalista che racconta, che spiega, che narra, che informa che da oggi fra le prove esiste un nuovo documento video e che ne spiega il contenuto e l’importanza ai fini della ricostruzione di quanto accaduto. Null’altro.

Bruno Zucchermaglio, 01.07.2019

LA GUERRA INCIVILE, Bruno Zucchermaglio

La guerra incivile. Saggio di Bruno Zucchermaglio

Bruno Zucchermaglio 

 

LA GUERRA INCIVILE
Smontaggio e rimontaggio della Resistenza

fra “guerra stratificata”, guerra di liberazione e guerra di civiltà

 

 

Premessa

Questo lavoro nasce da una vacanza.

Una vacanza storiografica.

E dalla conseguente necessità di tentare di colmare, almeno in parte, il vuoto storico e storiografico che si è ampliato sempre di più – fino al punto di negare se stesso  –  dal secondo dopoguerra sino ai primi anni novanta del ventesimo secolo, fino a quando –  sia per ragioni politiche italiane, sia per ragioni storiche legate anche ad eventi di respiro internazionale – la storiografia ha cominciato a rincorrere tutto ciò che poteva riempire quel vuoto del quale fino a pochi anni prima in pochi ammettevano l’esistenza.

Il vuoto a cui mi riferisco è quello relativo al fatto che nel biennio bellico fra il 1943 e il 1945 in Italia si sia consumata anche una guerra civile.

Come si diceva, tale lacuna si è andata via via sempre più colmando più o meno a partire tra la fine degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta del Novecento.  In realtà, anche nel corso degli anni precedenti sono stati pubblicati alcuni lavori che interpretavano quel biennio come un periodo di guerra civile, ma essi sono rimasti “in disparte”, per così dire, e relegati come in una sorta di categoria poco credibile della storiografia, probabilmente in quanto troppo connotati dal punto di vista politico e in quanto nel prendere in considerazione la guerra civile tendevano a negare i valori della Resistenza e della guerra di liberazione. Successivamente, questa pubblicistica è stata parzialmente riabilitata ma, soprattutto, dopo la pubblicazione del volume di Claudio Pavone nel 1991, è cominciato un progressivo proliferare di altre pubblicazioni che declinavano il biennio 1943-1945 anche come guerra civile.

Questo lavoro, pertanto, non è stato nemmeno difficile, perlomeno in astratto, in quanto questa sorta di “omissione” storiografica che si era smisuratamente andata estendo per quarantacinque anni, nell’ultimo quarto di secolo si è andata progressivamente riducendo, a volte anche a causa di una sorta di gara o di rincorsa fra storici, purtroppo non sempre riconoscibili in quanto tali, che hanno rivisitato la storia alla luce del nuovo approccio più “alla moda”.

Ma nonostante la pubblicistica sulla guerra civile (combattuta in Italia in un “gioco” di sovrapposizione e intreccio con quella europea e mondiale e con quella di liberazione) sia ormai abbastanza ricca, il motore propulsore di questo lavoro sono, al tempo stesso, la curiosità (legata alla desiderio-necessità di comprendere) e lo stupore.

Stupore di fronte al fatto che chi scrive non aveva mai sentito parlare, nemmeno en passant, dalle scuole elementari fino alle superiori e addirittura fino ai primi studi universitari, di guerra civile italiana.

Stupore, fra l’altro, di fronte al fatto che grazie a una semplice parolina, anche, sia stato possibile prendere in considerazione il conflitto fratricida consumatosi in Italia in seno alla seconda guerra mondiale che andava a intrecciarsi con le battaglie resistenziali e alla lotta di liberazione e insurrezionale, il tutto in un contesto in cui non solamente l’esercito, ma anche la popolazione, le istituzioni, tutto, era allo sbando.

Il successo [1] della pubblicazione di Pavone è dovuto probabilmente in buona parte alla congiunzione-avverbio anche, ovvero al semplice fatto che lo storico ha declinato il biennio 1943-1945 su più livelli, come si sa, dunque non negando i valori resistenziali, della lotta di liberazione nonché di classe, finanche di civiltà, ma li ha intrecciati, come in una trama, in una maglia, in un tessuto reticolare che è, del resto, il substrato dal quale scaturisce ogni evento storico oggetto di studio e di ricerca, quando non è proprio il substrato ad essere esso stesso oggetto di analisi storica.

Il séguito che questa impostazione storiografica ha avuto sembra inoltre dovuto anche al fatto che essa permette di superare una contrapposizione manichea che è forse proprio ciò che si voleva depotenziare, nei primi decenni del secondo dopoguerra, ignorando il conflitto civile.

Dunque questo lavoro cerca di scandagliare la produzione storiografica successiva alla pubblicazione di Pavone del 1991 – considerata qui una sorta di spartiacque, di pietra miliare, per così dire, che ha sdoganato in modo “accettabile” e accettato, ormai, dalla maggior parte degli storici, l’idea di una guerra civile italiana – o al convegno di Brescia (1985) e, soprattutto, a quello di Belluno (1988) nel tentativo di comporre un quadro omogeneo che, in realtà, omogeneo lo è ben poco, essendo di contro piuttosto articolato e sfaccettato, in taluni punti finanche in contraddizione con se stesso.

Ma fare il punto, seppur in chiave critica, della attuale situazione della storiografia a più di settant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale e dunque della guerra civile interna (secondo taluni protrattasi anche successivamente almeno sino al 1948, come vedremo) non mi sembrava sufficiente.

E lo stupore (ma in modo particolare la curiosità) mi ha portato a domandarmi se e come i protagonisti di quel contrastato e per certi versi indefinibile biennio percepivano che il conflitto in atto era caratterizzato anche da una guerra civile, da un conflitto fratricida intestino che vedeva contrapposti, in primis, antifascisti e fascisti, dunque in ogni caso italiani. Se, dunque, una storiografia apparentemente neghittosa ha preferito glissare o deviare la sua attenzione su altri aspetti di quel periodo, come è possibile cogliere l’eventuale percezione che i coevi avevano dell’elemento fratricida del conflitto? La mia attenzione si è quindi spostata dalla letteratura secondaria e dalla saggistica alla letteratura narrativa e alla diaristica degli anni quaranta e cinquanta, dunque su di una produzione letteraria “a caldo” nella quale intercettare elementi che potessero segnalare, in modo esplicito e diretto o anche solamente implicito, che la guerra civile era percepita in quanto tale da chi, “in diretta”, viveva quegli anni e quella situazione di smarrimento.

Lo stesso si è cercato di fare andando a rintracciare fonti emerografiche che potessero raccontare se chi aveva il compito di raccontare l’attualità, di informare, talvolta avvertire, in alcuni casi anche invitare, incitare, riportava anche fatti relativi alla guerra fratricida e se definiva quest’ultima in quanto tale.

In un contesto nel quale l’informazione non era, non poteva essere, e non fingeva di essere, imparziale, obiettiva, asettica e spassionata, ma, al contrario era, doveva essere, e non fingeva di non esserlo, partigiana dunque di parte, solo occasionalmente obiettiva e, soprattutto, appassionata, vi era la percezione che ciò che stava accadendo aveva anche i connotati dello scontro fratricida? L’idea è stata così quella di leggere alcune pagine di giornali dell’epoca, quotidiani di consolidata tradizione ma, soprattutto, bollettini e giornali di informazione anche clandestina (redatti a supporto delle organizzazioni partigiane o come fogli informativi per la popolazione) reperiti presso alcuni archivi digitali, scovando in essi elementi che potessero raccontare e talvolta disvelare se chi scriveva sentiva che lo scontro in atto era anche di natura interna e dunque fratricida.

Con questa operazione, dalla storiografia passando per la letteratura e quindi approdando alle fonti emerografiche, ho azzardato lo “smontaggio” della Resistenza –  posto che la storia, in quanto narrazione strutturata, è sempre frutto di un assemblaggio, dunque di un montaggio – in quanto era necessario rileggere il biennio bellico 1943-1945 non solamente alla luce della guerra di liberazione resistenziale bensì anche per mezzo di una differente chiave interpretativa che non omettesse l’esistenza di uno scontro diretto tra fratelli di sangue animati da idee e, soprattutto, ideali contrastanti. Allo “smontaggio” è seguito idealmente il “rimontaggio” della stessa Resistenza in quanto sono certo che lo svolgimento e dunque la estensione del periodo resistenziale lungo più ampie “vedute” e reinterpretazioni storiche non implica affatto uno svilimento né tantomeno una negazione dei valori e degli ideali di cui la lotta di liberazione è ancora oggi foriera.

Ne implica, casomai, il loro reinquadramento in un contesto più aperto e ricco nonché analizzato da diverse e non necessariamente convergenti angolazioni.



[1] Inteso, qui, soprattutto nel suo significato etimologico di successus, vale a dire di ciò che segue, séguito.

 

Dalla cronemica all'aptica

Dalla cronemica all'aptica


Bruno Zucchermaglio

DALLA CRONEMICA ALL’APTICA
La percezione del tempo e dello spazio per una didattica interculturale

Questo saggio è il punto di partenza da cui prendere le mosse per iniziare a trattare concretamente la risorsa della multiculturalità che da anni caratterizza i sistemi d’istruzione altoatesino, italiano ed europeo. Il lavoro mette a fuoco in modo particolare quelle componenti spesso ignorate dell’interazione umana che vanno dalla comunicazione non verbale in senso lato alla percezione e strutturazione del tempo, dello spazio e del contatto corporeo quali elementi che permeano e intessono la comunicazione verbale, sovente ed erroneamente considerata unica o prevalente radice delle incomprensioni interculturali.
La tesi di questo saggio è che le culture faticano ad incontrarsi quando non prendono in considerazione che la maggior parte delle concezioni, degli habitus mentali, cui fanno riferimento per interpretare il mondo, sono frutto di acquisizioni culturali e pertanto differenti da cultura a cultura. Dopo aver messo in risalto come l’incidenza dei flussi migratori nei sistemi scolastici costituisca uno dei principali fattori di cambiamento della società e dopo aver cercato di mettere in luce come tale incidenza non possa né essere ignorata né affrontata con strategie dell’esclusione, il lavoro passa in rassegna i concetti di cronemica, aptica, prossemica e di linguaggio non verbale, trattandoli in chiave interculturale ed evidenziando così le numerose differenze che per tali concetti si registrano fra le diverse culture, nonostante la percezione comune e quotidiana di essi ci induca a ritenerli oggettivamente condivisibili da parte di tutte le culture.
In particolare il tempo, il suo scorrere scandito dagli orologi ad acqua e dalle meridiane prima, sui campanili duecenteschi poi, negli orologi da taschino fino a quelli digitali ed ubiquitari che campeggiano oggigiorno sui desktop dei pc, è quell’elemento di norma percepito come assoluto ed intersoggettivamente condiviso. Raramente, nella scansione ordinaria delle attività quotidiane, ci fermiamo a riflettere che anche il tempo (insieme ai suoi derivati) è un prodotto sociale, che esso è, per dirla con un’inflazionata aggettivazione che ci viene dai mai del tutto compresi studi di Einstein, relativo. Assolutamente relativo. Che, dunque, le procedure temporali cui ancoriamo ritmi, feste, scadenze e cerimonie senza (quasi) mai metterle in discussione, sono frutto non di un’entità superiore o di un principio fisico, di newtoniana memoria, che governa un’oggettiva ripartizione del tempo, bensì di compromessi ed adattamenti culturali storicamente negoziati all’interno di una (o più) cultura(e). Nel tentativo di superare tale forma di etnocentrismo temporale (senza trascurare quello spaziale, oltre che culturale in senso lato), questo lavoro presenta una proposta di lavoro interculturale nella scuola primaria che intende evitare i folklorismi e dunque tutte quelle esperienze didattiche che, spesso ingenuamente, si risolvono in manifestazioni o itinerari dal sapore esotico o esterofilo che non possono non scadere nella stereotipizzazione.  Si è dunque cercato di formulare una proposta di lavoro il cui obiettivo è quello di formare una percezione degli scolari aperta ed ampliata in modo “indistinto”. La proposta si concentra così su di un modo di lavorare che dovrebbe investire innanzitutto i corpi e le menti degli alunni e degli insegnanti, facendoli lavorare su se stessi e quindi su una sorta di “allenamento” psicofisico che li abitui a percepire se stessi e gli altri in modi anche differenti, rispetto a quanto comunemente avviene all’interno della propria cultura di riferimento. Così come il corpo e lo spazio, anche il tempo, fra l’altro ad essi strettamente correlato, può essere reimmesso in discussione e quindi alla mercé di quella che abbiamo chiamato forza centrifuga che il tutto scompone per poi fare rientro, maggiormente rinvigorito, al punto di partenza che potrà anche essere il “nostro” centro, considerato che ognuno di un suo proprio centro ha comunque bisogno.

Feudi e vassalli. Le reazione tedesca al “revisionismo” della Reynolds

Feudi e vassalli. Le reazione tedesca al “revisionismo” della Reynolds


di 
Bruno Zucchermaglio

 Nell’ormai articolato panorama riguardante la diatriba di matrice prevalentemente accademica sul significato delle parole “feudo” (con i suoi derivati “feudale” e “feudalesimo”) e “vassallo” (anch’essa con le due derivazioni  e combinazioni quali “vassallaggio”, “valvassore”, ecc.), diatriba che tra l’altro si innesta sullo sfondo di una altra controversia ovvero quella relativa alla messa in discussione della accezione “Medioevo”[1], il libricino pubblicato da Steffen Patzold nel 2012 a Monaco di Baviera appare come un tentativo di “mettere ordine” o, perlomeno, di fare il punto della situazione.

Sappiamo, infatti, che se già nel 1974 Elizabeth Brown denunciava la “tirannia di un concetto”[2] che induce la ricerca storica a declinare la realtà secondo rigidi e consolidati paradigmi fuorvianti e deformanti ancorati al termine-concetto di “feudalesimo”, vent’anni più tardi, nel 1994, Susan Reynolds[3] propone una lettura revisionista, per non dire negazionista, di tutto quanto è stato etichettato, basandosi su qualcosa che viene definito senza mezzi termini un “paradigma kuhniano”,  sotto la comoda categoria mentale di feudo e di feudalesimo nonché di vassallo e vassallaggio.

Si tratta in realtà di considerazioni che possiamo trovare già alla fine del XIX secolo, come ci ricorda Johannes Fried[4]: Frederic William Maitland sostenne che a introdurre il sistema feudale in Inghilterra era stato Sir Henry Spelman (1562-1641)[5] e che esso aveva raggiunto il suo apice nel XIX secolo[6].  Già a fine Ottocento, in sostanza, uno storico non esitava ad attribuire la “invenzione” del feudalismo a forme di sistematizzazione resesi necessarie in epoca moderna al fine di organizzare sotto una unica categoria concettuale le diversificate istituzioni sorte nel corso del Medioevo.

Dunque Maitland, un secolo prima della “revisione” di Susan Reynolds, aveva già intuito che non è possibile comprendere appieno la società medievale se essa viene posta sotto gli “occhiali” e dunque concetti e paradigmi della società a noi coeva, if we see it through seventeenth- or eighteenth-century spectacles. Yet every time we think of fiefs and vassals we do just that”[7].

Steffen Patzold, come si diceva, propone un nuovo “schema” della discussione in atto e, dopo aver illustrato il punto di vista “classico” e la critica più recente, soffermandosi in particolare su Susan Reynolds, propone una sorta di risultante, fra le due forze vettrici contrastanti, dunque una sorta di sintesi in chiave hegeliana,  non risparmiando incise critiche al revisionismo della docente di Oxford senza peraltro rinunciare, al tempo stesso, al contributo che “Fiefs and Vassals” ha portato alla ricerca storica che si occupa del feudalesimo e della sue sfaccettate peculiarità.

In questo breve lavoro proponiamo dunque una lettura del testo “Das Lehnswesen” pubblicato nel 2012 a Monaco di Baviera da Steffen Patzold, docente presso l’università di Tübingen, mettendolo in relazione con il volume del 1994 di Susan Reynolds ovviamente senza tralasciare le declinazioni “classiche” di François Louis Ganshof[8] e di March Bloch[9].

 

[1] Esemplare,  a questo proposito, il manuale Storia medievale, a cura di Massimo Montanari (in collaborazione con Giuseppe Albertoni, Tiziana Lazzari e Giuliano Milani), Roma-Bari, Laterza, 2002, che, nonostante scelga un titolo del testo in cui l’aggettivo “medievale” inquadra il periodo storico trattato secondo i canoni riconosciuti della storiografia tradizionale e in uso nelle scuole di ogni ordine e grado, sceglie deliberatamente di non utilizzare mai in tutti i ventinove capitoli del libro la parola “Medievo” e dedica tutto il trentesimo capitolo proprio alla “invenzione” di tale termine e alle difficoltà della periodizzazione nonché della sua designazione.

[2] Elisabeth Brown, The Tyranny of a Construct: Feudalism and Historicians of medieval Europe, in The American Historical Review, Vol. 79, No. 4 (Oct., 1974), pp. 1063-1088, The University of Chicago Press on behalf of the American Historical Association

[3] Susan Reynolds, Feudi e vassalli. Una nuova interpretazione delle fonti medievali, Roma, Jouvence, 2004. Ed. or.: Fiefs and Vassals: the Medieval Evidence Reinterpreted, Oxford, Oxford University Press, 1994.

[4] Johannes Fried, Debate: Susan Reynolds, Fiefs and Vassals: the Medieval Evidence Reinterpreted, German Historical Institute London, Bulletin, Volume XIX, No. 1, May 1997, pp. 28-41.

[5] Storico e antiquario inglese (1562?-1641).

[6] Ivi, p. 28.

[7] Così Reynolds in Fiefs and Vassals, cit., p. 3, nella citazione resa da Fried, Debate, cit., p. 29.

[8] François Louis Ganshof, Che cos’è il feudalesimo?, Torino, Einuadi, 1989 (Ed. or.: Paris, 1982).

[9] Marc Bloch, La società feudale, Torino, Einaudi, 1949 (Ed. or.: Paris, 1939).

 

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Lo "smontaggio" della Resistenza

Lo "smontaggio" della Resistenza


Fra guerra civile, guerra di liberazione e guerra di civiltà
Per una lettura delle interpretazioni del biennio 1943-1945 in Italia

“L’Italia combatte l’Italia. Gli stranieri potentissimi e formidabili
sogghignano e preparano le arme; in mentre le persone, le industrie,
il commercio, le arti italiane e ogni forza va in fondo, fra gli spogli,
le fucilazioni, gl’incendi e le ruine. L’Italia subissa l’Italia”
(Giacinto De Sivo, 1861)


di Bruno Zucchermaglio

Se l’obbedienza menzionata da Hobbes[1], così come la fuga dalla libertà descritta nel 1941 da Fromm[2], è finalizzata alla protezione e dunque alla tutela perseguita dall’uomo, dal cittadino, che rinuncia a buona parte della sua libertà[3] in cambio, appunto, di protezione emanata, se così possiamo dire, attraverso i poteri esercitati dal governo, dal parlamento e dalla magistratura, l’8 settembre 1943 costituisce per il popolo italiano l’improvvisa instaurazione di una vacanza di potere, in parte già da tempo percepita ma drammaticamente confermata con l’annuncio dell’armistizio di Cassibile firmato pochi giorni prima dal duca di Addis Abeba.

La perdita di quei punti di riferimento attraverso i quali ogni cittadino di uno stato moderno si orienta, viene presto avvertita da quei soldati, descritti da Salvatore Satta, che dopo l’annuncio dell’armistizio percepiscono in modo graduale l’assenza degli ufficiali che li hanno lasciati soli in caserma dandosi alla fuga (così come avrebbero fatto il giorno dopo l’annuncio il capo del governo e il re con il suo seguito).

I soldati di cui narra Satta, ancorché descritti nell’ambito di una ricostruzione non prettamente storica ma prevalentemente letteraria, si sentono come orfani, tanto che alcuni di loro piangono di fronte al “si salvi chi può” suggerito dall’unico tenente che quasi per sbaglio rientra in caserma.

Piangono in quanto è loro chiaro che l’esortazione dell’ufficiale sottintende l’improvvisa venuta meno di ogni punto di riferimento e che ai vertici, non solo della loro divisione ma addirittura del Paese, non vi è più nessuno.[4]

Non solo. Anche se ufficialmente quei soldati sono in guerra da più di tre anni, l’8 settembre, considerato da diversi storici l’inizio di una nuova fase della guerra, per alcuni, per quanto in modo piuttosto azzardato ma non per questo incomprensibile, rappresenterebbe la vera data dell’entrata in guerra dell’Italia. “Pochi infatti intendono – scrive a tale proposito Salvatore Satta – che l’8 settembre 1943, e non il 10 giugno 1940, è il vero giorno dell’entrata in guerra degli italiani” [5] , quasi a voler significare che la vera tragicità della guerra non sta tanto nel conflitto in sé quando esso è conseguenza diplomatico-militare di una regolare dichiarazione di guerra e costituisce la contrapposizione fra due o più stati sovrani chiaramente delineati con i loro eserciti altrettanto chiaramente schierati, quanto nella sua evoluzione, o, meglio, involuzione[6], in lotta intestina e dunque in conflitto fra cittadini che fanno riferimento a una unica nazione e/o a un solo stato.

Il giurista nuorese precisa poco più avanti che, così come il popolo italiano non aveva mai creduto alla guerra annunciata con tutta l’enfasi con la quale sapeva distinguersi il “fondatore dell’impero” dal balcone di Palazzo Venezia alle 17 del 10 giugno 1940, quasi allo stesso modo, l’8 settembre di tre anni più tardi, nell’esultare di fronte alla cessazione delle ostilità contro il vecchio nemico, al tempo stesso si rifiutava di cominciarle contro il nuovo nemico, l’alleato del giorno prima.

Ciò che però il popolo italiano non poteva in alcun modo rifiutare era il fatto che l’8 settembre cominciava la guerra contro se stesso.

Satta, molto prima che storici e storiografi, a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, convergessero su queste conclusioni, seppure con tutta una serie di distinguo che costituiscono l’oggetto di questo lavoro, con spirito di cronista, più che di scrittore, percepisce subito non solo che la guerra si sposta dal piano internazionale a quello interno, e dunque nazionale,  ma soprattutto che essa si concluderà su quello individuale, “cioè col trionfo dell’individuo sopra se stesso”.[7]

Anche Calvino, dunque ancora uno scrittore e in ogni caso non uno storico, nel suo primo romanzo tende indubbiamente a declinare la narrazione dei fatti delle Resistenza, visti attraverso gli occhi di un bambino, su un piano che è quello della guerra civile.

Nella presentazione al romanzo, redatta diversi anni dopo, egli sottolinea inoltre che “la Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone”[8] ponendo dunque l’accento su un elemento tipicamente caratterizzante una guerra civile, oltre che della Resistenza e delle Resistenze così come le abbiamo conosciute, che è quello del ritorno al territorio dei boschi, delle montagne, delle grotte e dei paesini sperduti e diroccati da parte dei suoi protagonisti i quali, perdendo i concreti riferimenti dell’unità del territorio e dunque della sua contiguità con lo stato-nazione, di quest’ultimo perdono la percezione dovendo così fare nuovamente e necessariamente riferimento al suo frazionamento (alla sua dissoluzione, da un punto di vista giuridico) tornando ad occuparne solo alcune porzioni cui conferire di volta in volta l’appartenenza attraverso varie di forme di presa ed organizzazione del potere e dunque per mezzo di diverse soluzioni autoritarie o, per così dire, autorevoli.

 
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[1] “La costruzione dell’artificio politico si fonda infatti su un duplice sacrificio. Il primo è quello, di evidente risonanza freudiana, che implica la deposizione dei propri diritti e la rinuncia al proprio potere e alle proprie passioni; insomma la rinuncia alla propria libertà (e felicità), come direbbe Freud, ‘per un po’ di sicurezza’ ” scrive a questo proposito Pulcini Elena, Paura, legame sociale, ordine politico in Hobbes, in Chiodi Giulio M. e Gatti Roberto (a cura di), La filosofia politica di Hobbes, Milano, Franco Angeli, 2009, pp. 74-75.

[2] Cfr. Fromm Erich, Fuga dalla libertà, Milano, Edizioni di Comunità, 1977 (ed. or.: Die Furcht von der Freiheit, 1941).

[3] Anche da un punto di vista antropologico, oltre che da quello filosofico e sociopsicologico, la nascita dello stato e dunque la organizzazione della vita delle persone in  strutture sociali statuali rappresenta, “sotto molti aspetti, la caduta dal mondo della libertà a quello della schiavitù” (Harris Marvin, Cannibali e re. Le origini delle culture, Milano, Feltrinelli, 1979, ed. or.: 1977, p. 81).

[4] Satta Salvatore, De Profundis, Milano, Adelphi, 1980 – ed. orig.: 1948 – pp. 160-169.

[5] Ivi, p. 20.

[6] Mentre in Spagna la guerra civile era divenuta internazionale o comunque si era sviluppata  anche lungo quell’asse, in Italia sembra accadere il processo inverso ovvero quello che vede uno scontro internazionale, fra due o più stati sovrani o comunque fra alleanze siglate fra due o più nazioni, declinarsi gradualmente su un piano di conflittualità interna e dunque di guerra civile. Cfr. Pavone ClaudioLa seconda guerra mondiale: una guerra civile europea?, in Ranzato Gabriele (a cura di), Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, Torino, Bollati Boringhieri, 1994, pp. 98-100.

[7] Ibidem.

[8] Calvino Italo, Il sentiero dei nidi di ragno, Milano, Mondadori, 2002, p. IX, ed. or.: 1971 (la prima edizione del romanzo, priva della prefazione cui qui si fa riferimento, è del 1947).

Per un teatro educativo dell'oggi

Per un teatro educativo dell'oggi

Accogliere i bambini a teatro e trasmettere loro l’idea che il teatro è un luogo “diverso”, un luogo deputato ad una o più specifiche attività del tutto peculiari ed anche “distanti” – e pertanto “divertenti” (per giocare un po’ con l’etimologia) – non è certo semplice, in particolare negli ultimi anni. Un giorno, dopo aver accolto in un piccolo teatro quattro classi di una scuola elementare in lingua tedesca della provincia di Bolzano, un attore germanico cercò in tutti i modi, prima di iniziare lo spettacolo vero e proprio, di “istruire” i suoi piccoli spettatori sulla natura e sulla specificità del teatro e sull’evento che esso è rispetto a quanto di norma accade e si fruisce nella vita quotidiana. L’attore, mosso indubbiamente anche da una forte indole idealistica, faceva di tutto per far comprendere agli scolari che lì erano a teatro, che non si trovavano di fronte alla solita televisione, che, dunque, ciò che veniva loro richiesto era la compartecipazione ed, in sostanza, almeno quello “sguardo fisso”, quell’altrimenti denominato “gaze”, che si distingue dalle “occhiate”, da quelle “glances”, che da tempo siamo abituati ad utilizzare quando fruiamo i programmi televisivi.
I bambini, e non di meno gli adulti, in sostanza, sono distratti. Sono abituati a fruire le sollecitazioni multimediali in modo incostante e spezzettato, in alternanza ad altre numerose attività che si intrecciano, nella quotidianità, con quella della fruizione di uno spettacolo. Giunti in teatro, in un luogo deputato alla manifestazione di una messinscena teatrale, si sentono smarriti, privati di quegli appigli “distrattori” che di norma li circondano ed ai quali si aggrappano. Il teatro rimette, o dovrebbe rimettere, tutto nuovamente in gioco.

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Nel volto di suo figlio. Racconto

Nel volto di suo figlio. Racconto

 
Nel volto di suo figlio

Si fermò.
Non ricordava quello sfavillio di luci.
Rimase qualche secondo a guardare il baluginare di quei bagliori che aveva dimenticato, cui credeva di non aver mai pensato. All'improvviso si accorse del silenzio che lo sorvegliava, rotto appena dal ronzio sbuffante dell'automobile accesa. Si assicurò di avere la prima inserita, mollò gradualmente la frizione e partì.
Ripartì, e non poté fare a meno di avvicinarsi al New Time, il pub in cui da giovane aveva riso e scherzato, urlato e picchiato, dove le aveva prese e le aveva date, insultato, fumato, bevuto.
Bambini.
Ai suoi tempi quel pub era frequentato da giovani, non da bambini. Quanti anni avevano quei ragazzetti appollaiati sugli scalini, appoggiati alle auto, capelli irti e scolpiti lanciati nel vento della tarda primavera? Dodici, tredici, forse quindici, venti.
Si rese conto di non esserne più capace.
Di non essere più in grado di calcolare l'età delle persone, dei giovani più giovani di lui. Sembrava avessero tutti la stessa età. Chilometri di vita lontano da lui, non importava quanti anni avessero.
Erano giovani.
Punto.
Loro lo erano.
Lui no.
 (segue)


 
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Il racconto è stato pubblicato in FILADRËSSA 05. Kontexte der Südtiroler Literatur,
a cura di  Monika Obrist , Edition Raetia, Bolzano, 2009.

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Una nuova ubriacatura temporale: l'estasi della velocità

Delfini e Pierini. Da Bourdieu alla Scuola di Barbiana

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